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Liam

Regia di Stephen Frears vedi scheda film

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La recensione su Liam

di Decks
7 stelle

La Grande Depressione non toccò unicamente gli Stati Uniti, ma anche altri paesi affidati all'aiuto economico di questo colosso: quali l'Austria, la Germania e la Gran Bretagna; ed è di quest'ultima che Stephen Frears parla in un perfetto ritratto della miseria inglese: mostrandoci i disagi di una società verso il tracollo finanziario, dalle ideologie ignoranti e illetterate.

 

Già dalle prime riprese notiamo il mondo ove siamo catapultati: la fotografia di Andrew Dunn ci aiuta a percepire i tempi duri della city, i cui colori scuri fanno rimpiangere il freddo grigiore a cui altre pellicole ci avevano abituato; nero e pallore cadaverico, con persino tinte orrorifiche dinanzi a spaventose parole di un prete che terrorizza poveri ragazzini con visioni di morte e dannazione. Nulla risplende, se non il fuoco che avvolge e ustiona una bambina, simbolo della violenza e dell'estremismo politico, unici mezzi con cui menti miserabili sanno rispondere ad una situazione difficile, così dura che il lampionaio non accende neppure una flebile luce di speranza lasciando immersi nella cupa notte una famiglia disgraziata.

Frears però non è un regista immaturo, non precipita nel cinismo e ha il senso dell'equilibrio tra toni allegri e amari, riuscendo a farci sorridere persino nelle situazioni più disperate; vediamo tutto con gli occhi di un piccino balbuziente, incapace di dire la sua, tanto è sovrastato da un mondo pesante e oppressivo. Frears muove la cinepresa dal basso, sia del povero pargolo che della società, senza virtuosismi, ma con ragionata riflessione non rinunciando ad una leggerezza tipica del regista inglese. 

 

La vita straziante della classe operaia è mostrata con cupo realismo, senza cadere nel pietismo o nel melodramma volto a far stringere il cuore, ma bensì, a criticare le brutture di una società, schierandosi apertamente, come sa fare il cinema d'autore; tante sono le tematiche affrontate: le nette differenze tra ricchi e poveri, la polizia brutale, ma su tutti vi sono la severa educazione religiosa e il razzismo: la prima con insegnamenti di un grasso prete, che attraverso l'elemosina e funzioni religiose, insegna a dei bambini attraverso la paura, imponendo dei dogmi sorpassati e finendo per non essere più motivo di salvezza per gente disperata, ma di dissidio, confondendo le giovani menti su temi importanti quali amore e sessualità; il secondo, invece, ci mostra un padre xenofobo, umiliato e incapace di prendersela con sè stesso decide di attribuire colpe inesistenti alle fasce più deboli, non rendendosi conto che i suoi folli gesti e pensieri fanno più male alla sua famiglia che a sè stesso.

 

Funzionando a dovere come opera di denuncia, è nel complesso narrativo e di sceneggiatura che il film ne risente. Dura solo 90 minuti l'opera di Frears, ma molte scene hanno scarse motivazioni narrative, limitandosi, o a mostrare ancor più lo stato di miseria di una famiglia o temi già abbastanza sottolineati; aggiunte ad un'assenza di vere conclusioni nelle (troppe) trame secondarie fanno apparire il lungometraggio come un insieme di piccole operette e punti di vista della famiglia, apprezzabili, ma spesso scartabili.

La sceneggiatura è scritta bene, articolando la progressione degli eventi in un crescendo efficace, ma molto limitata nel suo mostrare o folli litanie o litigi causa problemi monetari: in particolar modo la genesi del disoccupato padre, che oltre a sovrastare la ben più interessante storia di Liam, cade nel didascalismo.

 

Attraverso la sua competente regia, Frears sa guardare con l'ottica giusta la società inglese degli anni 30 attraverso un bimbetto balbuziente, non dando la medesima profondità ai secondari perdendosi nella fabula. Benissimo però la fotografia e dolorosi temi indimenticabili.

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