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Bardo, la cronaca falsa di alcune verità

Regia di Alejandro González Iñárritu vedi scheda film

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La recensione su Bardo, la cronaca falsa di alcune verità

di EightAndHalf
2 stelle

Il Bardo, per il Buddhismo, è questo stato compreso fra la vita e la morte, in cui vige per forza di cose un regime di alterità alienante per il quale si passa da un posto all’altro come in un sogno. Detto questo, non sembrerà certo un plot twist quello del finale di Bardo, ma Inarritu pensa che lo sia, forse in ossequioso rispetto delle idee di aspettative e di hype che ha il pubblico su Netflix, e quindi lo omette per due ore e mezza, fingendo di alludere e invece tradendo una naiveté decisamente poco confacente alla struttura slabbrata del film. Ossia: quasi tre ore svolazzanti per raccontare la vita di Silveiro, giornalista dalla parte dei meno fortunati e dei messicani che cercano di passare il confine con gli Stati Uniti per una vita migliore. Sposato con due figli, Silveiro riceve un premio dedicato ai giornalisti per la sua onestà intellettuale e per la sua devozione al racconto della verità. Lo deve ritirare negli Stati Uniti, dove vive da molti anni, e questo lo porta a ricevere svariate accuse sulla sua integrità, sulla facilità della sua posizione dall’alto del privilegio, insomma una serie di condanne che lo portano a interrogarsi non solo sulle sue responsabilità, ma su quelle di un intero paese (il Messico) che, a detta sua, è il più bravo al mondo a trasformare una perdita schiacciante in una vittoria epocale sui libri di Storia.
Il film è dunque soprattutto Inarritu che deve fare pace con il suo Messico, rispetto a cui gravano colpe e narrazioni storiche secolari, dallo sterminio degli indios da parte dei colonizzatori europei fino alla superiorità dei bianchi sugli indigeni americani. Dall’altra parte, Silveiro – probabilmente un alter ego del regista – si arrovella intorno alla sua figura di intellettuale, sicuramente come Inarritu stesso si arrovella sulla legittimità del raccontare il Messico dagli USA, da Netflix, da produzioni che in Messico non esistono. Il resto su cui si arrovella, però, non è troppo chiaro: Silveiro subisce un lutto violento, che deve affrontare con moglie e figli, e deve affrontare un mondo che è fatto di gogne mediatiche e di opinionismo da strapazzo. Però per il resto in casa sua non si contano tutto sommato eccessivi problemi, né chissà che motivazioni parapsicologiche che lo tormentino: eppure lo spettatore è condannato lo stesso a subire una passarella in pieno stile 8 ½ di tutti i personaggi della sua vita, o anche dei luoghi, dei ricordi, degli incubi che diventano veri. Il rimando a 8 ½ è letterale: all’inizio Silveiro vola, alla fine una marcetta consacra la giostra della sua vita; ci sono i genitori che dimostrano un certo distacco; c’è la Gradisca/Saraghina di turno, che lo sconvolse sessualmente da adolescente; c’è addirittura il giornalista che deve distruggere la sua opera e le sue intenzioni, come l’intellettuale felliniano che richiamava l’Elogio alla Pagina Bianca di Mallarmé. Il riferimento così spinto diventa presto sfiancante e deprimente: non c’è in Bardo qualcosa che non sia preso qui e là, scopiazzato, verrebbe da dire anche paraculo, considerando come Inarritu metta nelle parole del giornalista (scandalistico, marionetta, visibilmente arrogante, di facilissima accusa) le stesse accuse che il film inevitabilmente riceverà, e deve ricevere. Bardo è, come dice il giornalista stesso, uno pseudo-delirio onirico (che non disorienta nessuno) nel quale l’ideina scenica cerca di salvare la pigrizia di scrittura; sembra fatto di associazioni casuali, e invece è matematico nelle reazioni degli spettatori, nella millimetricità delle inquadrature, nel virtuosismo sfarzoso degli inutili piani-sequenza in fish eye. La stessa idea di spiegare la surrealtà con un artificio narrativo finale è la ciliegina sulla torta di un’idea di cinema meramente razionale, incapace di emozionare, cerebrale eppure retorica fino al midollo, ipocrita perché, che Inarritu abbia dubbi o meno sulla sua stessa legittimità, il film adesso c’è e scopiazza dagli stessi discendenti dei famosi colonizzatori europei, ignorando tutto quanto il cinema messicano per ammiccare al cinefilo che conosce Béla Tarr e riconoscerà in una scena le sue Armonie di Werckmeister. Quindi è il caso di chiedersi cosa avesse in mente Inarritu, e come gli sia saltato in testa di tentare di spiegare Fellini con gli effetti speciali (brutti) di un film di supereroi. Questo orribile parto nato dall’unione fra il Terrence Malick dei tramonti nel deserto e Jaco van Dormael non se lo meritava nessuno.

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