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Earwig

Regia di Lucile Hadzihalilovic vedi scheda film

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La recensione su Earwig

di mck
8 stelle

L'évolution de la bouche innocente de Mia.

 

 

Dopo il mediometraggio La Bouche de Jean-Pierre (1996) e i lunghi “Innocence” (2004; dal “Mine-Haha, ovvero: dell’Educazione Fisica delle Fanciulle” di Frank Wedekind) ed “Évolution” (2015), tutti costruiti dal punto di vista dei pre-adolescenti ed inframmezzati dai corti “Good Boys Use Condoms”, “Nectar” e “De Natura”, abbraccianti una soggettiva più adulta, questo “Earwig” (2021), girato in lingua inglese ambientandolo a cavallo tra gli anni ‘50 e i ‘60 del secolo XX sfruttando i paesaggi e il tax-credit del Belgio, specificamente le brume vallone (la crepuscolare fotografia melanconicamente magnifica - indimenticabile il viaggio in treno ripreso con la macchina da presa montata sulla prua della locomotrice - è di Jonathan Ricquebourg: “La Mort de Louis XIV”) della provincia dell’Hainaut, e specialmente utilizzando come climatica location principale (scenografie della vandormaeliana Julia Irribarria) la severa e razionalista mole art nouveau / liberty modernista del Château Empain nel parco del comune di Enghien, e sceneggiato come sempre dalla stessa regista Lucile Hadzihalilovic (1961), compagna di vita e di lavoro di Gasper Noé, qui rinnovando la collaborazione con Geoff Cox, già al lavoro proprio per “Évolution” e poi su “High Life” e “the Owners”, traendo lo script dall’omonimo romanzo del 2019 di Brian Catling, l’autore della Vorrh Trilogy, assume soprattutto la prospettiva e l’angolazione dello stokeriano succubo R. M. Renfield, qui nominato Albert Scellinc (con la prima “c” dura), diviso fra il ricordo dell’amore per la moglie (Anastasia Robin) e la gestione dello “scontro collaterale” con Céleste (Romola Garai: “Scoop”, “Angel”, “Miss Marx”), a sua volta sposa promessa a e in fuga da Laurence (Alex Lawther: “the End of the Fucking World”, “the French Dispatch”, “the Last Duel”), eterodiretto telefonicamente e per vie traverse tramite soldataglia (Peter Van den Begin) dal padronale datore di lavoro e impersonato repulsivamente dal bravo attore teatrale e televisivo Paul Hilton (“Lady Macbeth”), e questa è la sua versione della storia: dalla mitopoiesi generata da Stoker, Polidori e Le Fanu sino alle variazioni sul tema di Anne Rice, qui siamo più in zona herzoghiana, con echi (greenaway-vontrieriani) di “Trouble Every Day” della stessa Claire Denis e di “Dans Ma Peau” di Marina de Van, piuttosto che in quelle Murnau/Dreyer, Universal/Hammer (Browning & Freund e Siodmak / Fisher, Francis e Baker), Morrissey-Warhol o Badham/Coppola/Jordan, con un pensiero al “franchise” di “Lascia Entrare la Persona Giusta” (Låt den Rätte Komma In”), dal romanzo di John Ajvide Lindqvist alla sua trasposizione per la regìa di Thomas Alfredson, passando per il remake hollywoodiano e la serie di Hinderaker: mentre le dermattere forbicine (Forficula aurucularia) continuano a diuturnamente brulicare tra gli stipiti [una menzione a parte la merita il sound design invasivo (nel male) e disturbante (nel bene) di Ken Yasumoto e Bruno Schweisguth, e parimenti le “pinkfloydiane” - nel senso di More, Meddle e Obscured by Clouds - musiche seducenti di Augustin Viard e Warren Ellis] la ragazzina dai denti tenuti a bada dalle protesi ortodontiche (l’armatura di acciaio e le ampolle di cristallo sono opera di Nicholas Becker) manufatte con la propria distillata saliva ghiacciata (una pre/ur-evoluzione degli allineatori in polimeri trasparenti odierni) in viaggio ferroviario (montaggio di Adam Finch, al lavoro con Hadzihalilovic già per “Innocence”) verso il compimento del proprio destino (l’esordiente Romane Hemelaers) liscia il pelo al gatto spulciandolo (grooming, in senso etologico) e nutrendosi degli pterigoti panorpidi sifonatteri parassiti ematofagi (altri artropodi: “Spider” di Cronenberg/McGrath) che pesca nella felina pelliccia: l’évolution de la bouche innocente de Mia.

 

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