Espandi menu
cerca
L'umanità

Regia di Bruno Dumont vedi scheda film

Recensioni

L'autore

lorebalda

lorebalda

Iscritto dal 5 giugno 2011 Vai al suo profilo
  • Seguaci 150
  • Post -
  • Recensioni 27
  • Playlist 3
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su L'umanità

di lorebalda
10 stelle

 

L'invisibile non si filma

Presentato in concorso al 52esimo Festival di Cannes, dove David Cronenberg lo ha premiato con il Grand Prix, L'umanità di Bruno Dumont è un film essenziale per avvicinarsi al "nuovo cinema mistico" di questi anni (Reygadas, Weerasethakul, Serra), di cui il film di Dumont è stato, a tutti gli effetti, precursore. Il secondo lungometraggio del regista francese, infatti, nonostante le premesse (ambientazione in provincia, sequenze di scioperi), non è un film di denuncia sociale, e non è realistico. Parte sicuramente dalla realtà, ma per andare aldilà: accumulando incongruenze sempre maggiori, si apre a una dimensione soprannaturale, che è il luogo-narrazione verso cui tenderà tutto il cinema successivo di Dumont. L'umanità, infatti, è un film che fa astrazione «della psicologia, del racconto, per essere nel fondo delle cose»; un film tutto tempo e (in)azione, sensazioni e (falso) movimento. Nessun pensiero, nessuna emozione precostruita: semplicemente un film sull'umanità, come promette il titolo, ovvero un film su un qualcosa che non si può mai vedere davvero – letteralmente, un film sull'invisibile. Dumont, però, ci avverte: l'invisibile non si filma. Come fare? «L'ordinario – dice il regista – è l'espressione dell'invisibile. Il mondo di tutti i giorni nel film è soltanto l'aspetto visibile dell'invisibile, la sua forma, la sua espressione. E l'invisibile non si filma, e ogni tentativo di filmarlo è in partenza stupido e senza senso. Devi camminare, filmare. Aspettare. Non c'è un altro modo di andare oltre: è questa l'arte del cinema». Per questo, Dumont cerca di dare immediata concretezza al sentimento del titolo, tenendo il suo film su un'espressività accentuata, attraverso l'uso evocativo dei paesaggi e della dimensione sonora, e un montaggio che lega campo e fuori campo.
Da questo punto di vista, l'incipit de L'umanità è particolarmente significativo, e rappresenta un momento seminale per i film successivi di Dumont, da Twentynine Palms (2002) a Hors Satan (2011).

l'umanità 1
l'umanità 2

L'umanità si apre su un campo lunghissimo in Cinemascope, ma quel che vede lo spettatore è qualcosa che eccede l'immagine: è un paesaggio dell'anima per analogia. La pista sonora, infatti, non è occupata dall'ambiente naturale, che domina prepotentemente l'inquadratura, bensì dal respiro del protagonista, una figura piccolissima nello spazio dell'immagine, sbalzata però in primo piano dalla messa in scena anti-realistica e sinestetica di Dumont.
La sinestesia, con l'analogia, è quel procedimento espressivo che meglio si adatta agli scopi del regista di Hadewijch (2009): evocare pasolinianamente il mistero del reale attraverso la vita quotidiana, perché «il mondo di tutti i giorni (...) è soltanto l'aspetto visibile dell'invisibile, la sua forma, la sua espressione». Il visibile, dunque, nasconde sempre qualcos'altro: per questo, L'umanità è prima di tutto un film di cose, di corpi, di luoghi.

Articolo già pubblicato (in una versione più estesa) qui: http://specchioscuro.it/lumanita/
Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati