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Notturno

Regia di Gianfranco Rosi vedi scheda film

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La recensione su Notturno

di Peppe Comune
7 stelle

 

Siamo in Medio Oriente, lungo le linee di confine che separano Siria, Libano, Iraq e Kurdistan. In un territorio irrimediabilmente corroso dalle ferite della guerra, che anche nei momenti di pausa non può sfuggire dal fare i conti con i suoi effetti devastanti. Sullo sfondo ci sono la violenza terrorista dell’ISIS, la ferocia delle dittature militari, la guerra civile siriana, la lotta per la riconquista di Raqqa e Mosul, l’intervento in armi dell’esercito statunitense, l’offensiva turca contro il Rojava, la silente indifferenza dell’occidente. Ma ci si concentra sulla vita quotidiana, che tra luci e ombre cerca di farsi strada nel martoriato universo mediorientale. Dei guerriglieri in pattuglia permanente, un ragazzo che lavora a giornata per aiutare la famiglia, delle madri disperate che piangono i loro “martiri” e invocano la giustizia di Allah, un cacciatore che si muove tra i canneti, dei pazienti di un ospedale psichiatrico che preparano uno spettacolo teatrale, dei bambini curdi che disegnano la tragedia della guerra. Queste ad altre storie vengono documentate con rispettosa discrezione, facendo emergere una geografia umana che ogni giorno reclama in silenzio il suo diritto ad esistere.

 

scena

Notturno (2020): scena

 

Girato nel corso di tre anni lungo i confini che separano Siria, Libano, Kurdistan e Iraq, “Notturno” di Gianfranco Rosi è un film che ci parla della guerra in assenza di fatti di guerra, e lo fa portando la macchina da presa dentro le endemiche questioni mediorientali, fino al limite di un senso del terrore che grava sui territori sempre incombente. Un film di osservazione e di immagini, di equidistanza calcolata dall’oggetto rappresentato e di inquadrature dalla simmetria quasi impeccabile. A dominare è una calma tragica che rasenta l’assoluto, capace di farsi soggetto filmico e tramite speculativo per una sensata riflessione geopolitica.

Le storie raccontate sono diverse, si alternano sullo schermo senza incontrarsi mai, caratterizzate tutte da un impalpabile disorientamento cognitivo e dal tentativo dell’autore di generare un rapporto empatico con le storie dei personaggi. Le uniche didascalie sono quelle che ci informano del posto in cui si sta svolgendo l’azione. Poi si è come catapultati in una terra senza più coordinate riconoscibili, con ogni luogo privato del suo centro propulsore e con tutti i centri del mondo che li riconoscono solo in quanto teatri di endemici conflitti.

La bellezza “geometrica” delle inquadrature non distolgono l’attenzione dall’incombenza della tragedia, tutt’altro. La composizione certosina della messinscena, che vive dell’equilibrio tra la documentazione di tutto il vero che c’è e la necessaria parzialità dell’occhio meccanico della macchina da presa, è sufficiente a qualificare gli artifici cinematografici come uno strumento attendibile per riflettere sullo stato delle cose. Si prenda il finale, che chiude il film su un primo piano insistito di Alì. Non c’è controcampo, né in questo caso né in altri, perché i personaggi sono troppo occupati a guardare avanti per non soccombere, a esplorare l’attesa forzata che si è impossessata delle loro vite come se si trattasse dell’unica cosa che gli resta da fare. La fissità delle immagini, il cui dinamismo è garantito dal rispetto quasi assoluto della regola dei terzi, così come l’uso parsimonioso dei dialoghi e un sonoro che ci restituisce solo gli echi del terrore, sono tutti espedienti che tendono a crescere di senso la triste normalizzazione della guerra, accettata con fatalistica rassegnazione e subita come un fatto rispetto a cui si può essere solo spettatori passivi. E infatti Rosi trasforma tutti in spettatori silenti : i personaggi del film, catturati durante i lunghi momenti di pausa “regalati” dalla guerra, quando sono intenti a fare i conti sugli effetti che essa produce sul loro vivere quotidiano ; e chi guarda il film, annichilito dalla documentata esposizione di un dramma senza fine. È il contenuto implicito delle immagini a denunciare la presenza invasiva delle battaglie in armi, la bellezza devastata dai lutti interiori, la loro visibile esteriorità, invece, esprime solo la lenta liturgia dell’attesa, la tranquillità ieratica di ogni notte che prepara un altro giorno da affrontare.

Una sequenza chiave è quella che si concentra su dei bambini curdi di cultura Yazida che raccontano con dei disegni le loro tristi esperienze esistenziali (cosa che ha procurato non poche polemiche). Con un'unica inquadratura Gianfranco Rosi ci mostra tutti i disegni fatti da questi bambini, che attraverso il loro innocente candore ci restituiscono l’inappellabile verità dell' orrore della guerra. Disegni che una mano di un bambino non dovrebbe mai saper fare e che degli occhi innocenti come i loro mai avrebbero dovuto concepire. Disegni che reclamano il suo diritto ad esistere di ognuno.  

Già si è accennato alla calma tragica che permea nel profondo l’intera struttura della messinscena. A mio avviso, questo aspetto ha rappresentato per Gianfranco Rosi una scelta etica ed estetica insieme, che porta a riflettere, per contrasto, sulle paure indotte prodotte in serie dal ritmo incalzante delle breeking news. Alla velocità ininterrotta, che rende indifferenziati i confini fisici dei conflitti, vengono contrapposte le pause di riflessione che danno un volto a delle storie che mai verranno raccontate. Il tanto viene sostituito dal poco. Alla spettacolarizzazione della notizia si preferisce l’estetizzazione di uno scenario naturalistico che resiste nonostante tutto (anche grazie alla fotografia dello stesso regista).

In definitiva, “Notturno” è un film ostico e coraggioso, un invito esplicito fatto a chi guarda di instaurare con il contenuto delle immagini un partecipato spirito di osservazione. Un film che sfida continuamente i “totem” della linearità narrativa e la pazienza dello spettatore, con delle pause “annichilenti” che talvolta rischiano di soverchiare la rispettosa attenzione che si deve alla gratuita produzione dell’orrore. Ma è anche un’opera ambiziosa che sa rendersi “filologicamente” necessaria rispetto all’urgenza di non rimanere totalmente passivi rispetto alla complessità del mondo.   

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