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Love and Monsters

Regia di Michael Matthews vedi scheda film

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La recensione su Love and Monsters

di mck
7 stelle

L'apocalisse è una cosa assurda.

 

 

Con qualche piccolo inghippo logico di scrittura verticale evidenziato quindi dal montaggio (il protagonista si allena a tirare le frecce con l’arco, ma non si premura di recuperarle, come se crescessero sugli alberi), “Love and Monster” (già “Monster Problems”), la disaster romantic comedy opera seconda - dopo il western sudafricano suburban-rurale contemporaneo parlato in una miscela di afrikaans, sesotho e xhosa “Five Fingers for Marseilles” - di Michael Matthews, scritta con Brian Duffield - “Jane Got a Gun”, “UnderWater” e un (altro) paio di sciocchezzuole - partendo da un di lui soggetto, tutto sommato [tralasciando ingenuità involontarie e facilonerie consapevoli: alla fine è tutta colpa di Michael Bay e Bruce Willis che, per abbattere "111561 Giovanniallevi (2002 AH3)", hanno infognato sui missili nucleari rifiuti bio-tossici i quali, a loro volta, ricadento a pioggia di fuoco sulla Terra, hanno mutato in giga-mostri tutte le specie animali a sangue freddo] convince per varie ragioni, non ultima quella concernente la parola comun denominatore presente tanto nel titolo di lavorazione quanto in quello definitivo, ovvero i MOSTRI, qui incarnati – alla piena luce del giorno e in tutta la loro rumorosa pesantezza digitale – in una mescolanza di computer grafica, preponderante, incistata da alcuni tocchi [senza esagerare un paio di pensierini a “the NeverEnding Story” di Wolfgang Petersen, a “Legend” di Ridley Scott e a “Labyrinth” di Jim Henson (a/o-c)corrono] di supporto artigianali: in pratica, per rimanere in zona Alto Veld e Grande Scarpata, se “Five Fingers for Marseilles” può essere considerato il suo “District 9”, questo è senz’altro il suo “Chappie”.

 


“La natura è bella quando non cerca di ucciderti.”

Fra le tante, la citazione maggiore (a parte quella, più evidentemente strutturale, con “A Boy and His Dog” - qui Joel e… Boy - di L.Q.Jones da Harlan Ellison), tratta di peso da “Stand By Me” (la pietra miliare anni ‘80 che Rob Reiner mise in scena basandosi sulla sceneggiatura che Gideon ed Evans, appena usciti dallo “StarMan” di/per Carpenter, trassero dalla novella “the Body”, contenuta in “Different Seasons”, di Stephen King), è… clitellato-irudinea: in un film che, sostanzialmente, è una variazione divertita – e un poco mutante (e ciò è un bene) – sul tema “mostrificazione (letterale) del reale”, ciò ha senso (e a tal proposito è impossibile non menzionare anche quella riferita a “Jaws”/“Tremors”).

Poi, l’Avanc, il leviatano che, in “the Scar”, s’appresta a venir catturato e soggiogato per trascinare come forza motrice coi suoi mostri-vapore Armada, la città galleggiante/navigante formata da centinaia di navi legate tra loro, facendole solcare gli oceani del Bas-Lag, l’universo-mondo creato da China Mieville, qui è rappresentato – passando da pseudo-balenottera/capodoglio a crostaceo decapode – da una incatenata mega-granseola dagli occhi buoni (empaticamente antropomorfizzati).


 

“I'm alive because of the generosity of a few strangers and the kindness of a dog.”

Altra nota particolare: l’homo homini lupus è ben presente, ma – e in ciò il duo formato da un inquietantemente buono Michael "Henry" Rooker e dalla giovanissima Arian Greenblatt, lanciatissima in campo Sci-Fi, docet – non è preponderante.

Completano il cast il protagonista, un quasi sempre a fuoco e centrato Dylan O’Brien, e poi: Jessica Henwick, Dan Ewing, etc…
Fotografia di Lachlan Milne (“Minari”, “Stranger Things”). Montaggio di Debbie Berman e Nancy Richardson. Musiche di Marco Beltrami e Marcus Trumpp.
Prodotto da Dan Cohen e Shawn Levy (“A Night at the Museum” e “Real Steel”, ma pure  “Arrival” e, ancora, lo stesso “Stranger Things”).

Ottimi i disegni a pastello della Guida da Campo per Sopravvivere ai Mostri.   

Benvenuti a Monsterland: “L’apocalisse è una cosa assurda.”

* * * ¼ (½)                 

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