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Stranger Things

4 stagioni - 33 episodi vedi scheda serie

Recensione

Stagione 3

  • 2019-2019
  • 8 episodi

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mck

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di mck
8 stelle

Rabbit Rats? Rabid Rats!

 

 

Non l’abbiamo già vissuta quest’avventura? Certo che sì! E dai, allora, facciamone un'altra!

 


Tutto ciò che concerne l'affastagliamento coacervico dello zeitgeist anni '80 l'ho già evidenziato e descritto nel pezzo sulla prima stagione (Hawkins: Tu, Sanguinosa Infanzia).

Strange(r) Things - Cose Strane, Cose Straniere, Cose Estranee, e, soprattutto, cose già (in vece che mai) viste -, è un racconto [non poi così strano - nel senso di particolare, diverso, peculiare, sui generis - bensì quasi tutto l'opposto: è un film di 6 ore che in realtà non contiene e non esprime alcunché di originale (il discrimine tra influenza e citazione non ha ragion d'essere tirato in ballo: qui le fonti - e i font - sono esplicitamente IL film: l'approccio alla biblio/audio/videografia è ur-, ed ultra-, citazionista), ma l'amalgama è - semplicemente – perfetto] in persistente progressione percussiva che sa ritagliarsi - senza divagazioni tronche o deviazioni monche - i giusti angoli di assestamento e bilanciamento, in una continua reinvenzione, una potente immedesimazione e una sagace restituzione dello Spirito del Tempo che non affogano nella ''nostalgia'' e/o nel ''documentario'' e non si adagiano o ripiegano nel pretesto sganciato da ogni contesto o nel citazionismo, ma s'inverano sulla scena. Gli anni '80 di “Stranger Things” non sono un sottofondo, una didascalia, un'ambientazione, ma un personaggio. Cascami, lacerti e rigaglie da post-modern(ariat)o poco (mini)massimalista.

 


Tutto ciò che riguarda il growing up kinghiano, la cesura e il ponte tra fanciullezza e adolescenza, l'ho già rimarcato e affrontato nel pezzo sulla seconda stagione (Chicago: Jane, in the World).

Stranger Things - 2” gioca esplicitamente e seriamente (coming of age + adventure arcade) sulla riecheggiante ripetizione del già assimilato, sulla reiterazione della replica, sulla fotografia di una fotografia, sull'autoritratto di una copia conforme/carbone, sull'eterno ritorno del già conosciuto (un terrificante e annichilente loop ch’è un ottovolante), e, parimenti, viceversa, sulla variazione del canone: un dialogo multi ma soprattutto metamediale con (dis)soluzione e con consolid(ific)azione di continuità tra i ricordi del presente mentre si muta abbandonando il passato e il presente dei ricordi che a quel passato ci tengono ancorati come se stessimo calpestando una rampa di lancio verso il futuro, e con le sue citazioni, i suoi ricalchi, le sue ruberie, i suoi omaggi, è, parafrasando la risultanza di una linea di dialogo, tanto una metafora quanto un'analogia: le ninfe d'essere umano, le imago dell'Homo s. sapiens, i ragazzini, nel loro coming of age, mutano pelle tante volte quanto una larva-girino-lucertola di Demogorgone. Le regole prima si imparano, poi si rispettano, poi si mettono in discussione, poi si trasgrediscono, e poi si scrivono. Con le relative e dovute eccezioni del caso di volt'in volta. Eleven/Jane re-impara qual è il suo nome, e i suoi piedi la portano a ripercorrere il cammino percorso dalle proprie radici.

 


Rabbit Rats? Rabid Rats!
Qual è allora il leitmotiv/f, il trait d'union, il fil rouge e il comun denominatore di questa terza stagione? La storia, la storia, la storia. E il tempo che passa, e mentre scorre si cresce.
E, già, sì, il - chiamiamolo e definiamolo pure come una “contestualizzazione violenta” - sincreti(ni)stico product placement! Non per forza remunerativo, cioè retribuito da una contropartita in dollari fruscianti, ma facente pienamente parte dell'art direction / production design / set decoration: ancora una volta, insomma, è un Personaggio. Ed è tale in quanto entra in rapporto (se pure attraverso una relazione a una sola via a senso unico) con gli altri, caratterizzandoli e creando dinamiche atte a tratteggiarne la caratterizzazione.

 


Il berretto del di lì a poco diventante squadrone della Ceramiche Ariostea indossato da Lucas ne è esempio perfetto.
E poi, inevitabilmente, certo: “I russi! I russi! Gli ammeregani! // Su che cosa / metteranno / le mani?!”

 


Quello della potrebbe essere la sindrome/disturbo post traumatica da stress post trasloco. E spero venga reintrodotta una location vi-r/t-ale: la scuola (se sarà ambientata in autunno...).

 


“Papà, quando eri grande come me avevi il mio nome?”
Lee Smolin - “Time ReBorn - From the Crisis in Physics to the Future of the Universe” - 2013 (Einaudi, 2014)

 


Stranger Things - 3” è una buona storia, una grande avventura, immersa nel flusso costante e inarrestabile del tempo che passa, e scorrendo trasforma in maniera sostanziale il paesaggio della nostra vita. Erode montagne considerate invalicabili, scava canyon che un attimo prima non esistevano in quella che credevamo essere un’immutabile, eterna era geologica chiamata giovinezza. 

 


Stranger Things - 3” è un’avventura - che principia dal Romero di “Day of the Dead” (anche se si svolge “nel” centro commerciale di “Dawn of the Dead”, il mall che sta fagocitando tutti i negozi del centro cittadino, spegnendone la vita, e che a sua volta, 30 anni dopo, sarà divorato vivo da Amazon & C. di Jeff Bezos e soci) e termina “Back to the Future” - composta da 7 linee narrative - 5 dei buoni e 2 dei cattivi - che si generano, esplodono, divergono per poi preciptare, convergere e collassare, Big Bang e Big Crunch, e poi di nuovo, ancora, divisione, allontanamento, trasloco.   

 


Stranger Things - 3” dimostra un profondo rispetto verso i suoi personaggi (per lo meno quelli che sopravvivono, per la serie: “Seconde linee: tremate!”). Basti pensare alle coppie formate da Natalia Dyer (Nancy) e Charlie Heaton (Jonathan) e da Maya Hawke (Robin) e Joe Keery (Steve), a come viene sviluppato il loro rapporto mentre la storia procede, e gli uni contribuiscono a creare l’altra e viceversa (o, ancora, alla figura dell’insegnante Clarke). Solo quello di Will - Noah Schnapp, uno dei migliori giovani attori della serie -, tra i principali, è, tutto sommato, fin’ora, forse un poco sottoutilizzato.

 


Due momenti rimarcabili del pre-pre-sottofinale:
- la parossistica e risaputa, ma autenticamente struggente, scena (vedi anche quella della lettura del ritrovato discorso scritto di Hopper) dello scontro fra Eleven (Millie Bobby Brown) e Billy (Dacre Montgomery), con la ragazzina che riconduce il giovane uomo alla realtà della propria coscienza riportandolo sulla spiaggia alieno-californiana di un altro Zemeckis, quello di “Contact”…
- Paul Reiser della Weyland-Yutani di “Alien(s)” (o la Tyler Corporation di “Blade Runner”) - la Cavalleria! I buoni! Seee…! - che guarda nell’abisso e l’abisso gli/ci restituisce lo sguardo promettendo niente di nulla di buono…

 


New Entry: Maya Hawke (figlia di suo padre e di cotanta madre: Uma Thurman), bravissima. E Jake Busey (tutto suo padre, ed è un complimento).  

 


Conferme: Sadie Sink (Max, la sorella minore di Billy; ottima alchimia con la protagonista), Dacre Montgomery (Billy, il fratellastro maggiore di Max; “Quei baffetti vanno o vengono, figliolo?”) e Priah Ferguson (un personaggio - la sorellina di Lucas - un po’ troppo estremizzato, ma funzionale). E, naturalmente, Murray Bauman (il Brett Gelman di "FleaBag"): chiamare ore pasti, ma pure a tutte le altre, ché intanto non disturbate!

 


Citazioni (va beh, una per tutte - a parte "Terminator + Rocky IV", e "Magnum, P.I." alla TV, e "D.A.R.Y.L. in cartellone, tra gli altri... -, dai). “Close Encounters of thr Third Kind” (ovviamente già presente nelle passate stagioni, specialmente la prima, assieme ad “E.T. - the Extra-Terrestrial”).

 

 

E, logicamente, "Under the Skin".

 


PS. Winona Ryder versione soldatino dell’Armata Rossa da sola vale la visione.

 


PPS. No spoiler. Chi è “l’americano”? Jim Hopper (David Harbour)? Quasi certamente. O il personaggio dello scienziato interpretato da Matthew Modine, del tutto assente (causa del suo "momentaneo/apparente/costituente" stato hopper-schrödingeriano...) in questa terza stagione?

 


Già utilizzata nella prima stagione, vale la pena riascoltare, da “Stratch My Back”, la cover della “Heroes” di David Bowie e Brian Eno ad opera di Peter Gabriel.

 


Bonus Track & Spoiler Alert! - Non aprite il video se non volete spoilerarvi la Costante di Planck (e non usatela come password: facendo parte del Principio di Indeterminazione di Heisenberg, una volta immessa in un sito il sito stesso diverrà immediatamente, anzi, meglio, contemporaneamente, inconoscibile e al prossimo accesso la password stessa verrà dimenticata e resa irrecuperabile).

 

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