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Outside the Wire

Regia di Mikael Håfström vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Outside the Wire

di YellowBastard
6 stelle

Regista dietro al successo (?) del primo Escape Plain - fuga dall’inferno con la coppia Stallone/Schwarzenegger, lo svedese Mikael Hàfstron approda su Netflix con questa nuova produzione enfaticamente divisa tra la fantascienza distopica e il war-movie più classico, grazie a una storia scritta dalla coppia Rob Yescombe & Rowan Athala.

 

Outside the Wire: la recensione del war movie distopico targato Netflix

 

Ma se dalla presentazione può sembrare soprattutto un film di genere fantascientifico (tra androidi senzienti e macchine/robot usate nelle zona di guerra in sostituzione parziale dell’uomo), in realtà affonda entrambi i piedi nel genere ben più canonico e semplicistico del più puro action a sfondo bellico attraverso un’ipotetica ucronia futuristica quanto si vuole ma ben radicata invece nelle paure di oggi.    

Al di là delle premesse, infatti, Outside the wire è un classicissimo cinema prettamente muscolare molto anni’80, ipercinetico e testosteronico, caotico e rumoroso, senza nessuna pretesa di rinnovarne il genere ma piuttosto che nasce e muore come semplice iniezione di adrenalina per lo spettatore, ed è proprio questo il suo più grosso limite.

 

E se nella prima parte del film offre comunque, seppur non originalissime, tematiche di qualche interesse (come l’avanzamento delle nuove tecnologie in campo bellico, del credo di come la morte di pochi possa essere giustificata dalla salvezza di molti, dell’eterno atavico confronto tra l’uomo e la macchina o le riflessioni e le paure relative allo sviluppo di un’ipotetica intelligenza artificiale), nel prosegue del film ci si concentra invece solo ed esclusivamente sulla componente spettacolare della storia senza dare risposte a domande che, per quanto in uno spettacolo d’intrattenimento, avrebbero comunque meritato una maggiore attenzione (anche perché presentandole ci si aspetta che facciano comunque parte del racconto, invece di lasciarle cadere nel vuoto) ed evitando di elevare l’opera a qualcosa di più di un semplice “action movie” del mese.

 

E comunque, dal punto di vista tecnico e in quanto pellicola prettamente d’azione, il film risulta decisamente valido, con sequenze riuscite sia per ritmo che per dinamismo, così come le situazioni adrenaliniche che coinvolgono i protagonisti e la tensione nella maggior parte dei casi funzionano a dovere seppur intervallate da qualche momento di stanca, ovvero quando il film cerca di proporre qualcosa di diverso.

 

Outside the Wire review: Netflix's android action movie raises big  questions - Polygon

 

I due protagonisti poi sono entrambe macchine, a modo loro.

Leo è un nuovo prototipo di androide con sembianze umane avanzatissimo (e dotato, in parte, anche di una certa indipendenza decisionale seppur ristretta a certe regole) e Harp un umano ma (almeno all’inizio) con un’etica personale e una cinismo tale, sia morale che di principi, da renderlo un freddo esecutore privo di empatia per il prossimo.

 

Risultato di una biotecnologia che ha come scopo la creazione di un soldato tecnologicamente avanzato dall’aspetto umano, capace di pensare, agire o addirittura di colloquiare esattamente come un essere umano (in pratica una versione ancora più evoluta e migliorata di un Terminator), Leo è abile, sagace e anche provocatorio, quando serve, ma è anche in grado di disquisire su questioni filosofiche come se avesse davvero una coscienza a guidarne le azioni.

Coscienza e morale che, se eludono il controllo dell’uomo, rischiano, come insegnano i racconti di fantascienza, a trasformare qualunque macchina artificiale in un grosso problema.

Ma una tale questione viene solo accennata e sfruttata come spunto narrativo ma non viene mai veramente approfondita, preferendo rimanere sui binari classici del caso ma senza proporre se non qualcosa di innovativo almeno di diverso dal solito.

 

E se Anthony Mackie è ottimo nell’essere una fredda e spietata macchina da guerra e, contemporaneamente, anche affascinante (ma anche sinistramente disturbante) quando mostra quell’umanità, creata però da un programma, che come automa non dovrebbe avere (non in modo così reale), uno dei problemi più grande del film invece è proprio nel suo protagonista (che nel corso del film risulta sempre più evidente non essere Mackie).

Damson Idris fa tutto il possibile ma il suo Harp non dimostra abbastanza carisma, troppo spaesato e semplice osservatore di eventi troppo grandi per lui, specie nella prima parte, ma anche quando passa da ragazzo dato in pasto dalla cruda realtà della guerra a soldato, forgiato da una così brevissima esperienza, risoluto e capace di trovare soluzione a qualsiasi problema in una crescita talmente improvvisa (e provvidenziale) da risultare troppo poco credibile (per non parlare del credito illogicamente illimitato da parte di un Comando USA fin dall’inizio a lui piuttosto ostile e, soprattutto, dopo anche tutto i problemi creatigli con Leo).

 

Solo di contorno il resto del cast, che comprende Michael Kelly, Enzo Cilenti, Emily Beecham e Pilou Asbaek.

 

Outside the Wire review: Netflix's android action movie raises big  questions - Polygon

 

Peccato perché la premessa di una collaborazione, seppur forzata, tra un uomo, che ragiona come una macchina in modo freddo, logico e calcolatore, ma che riscopre la propria umanità una volta fuori dalla sua “confort zone” e il confronto con un androide, al contrario fin troppo umano e, alla fine, travolto proprio dalle sue stesse emozioni, poteva dare origine a qualcosa di molto più interessante dimostrandosi invece come l’ennesima occasione mancata.

 

VOTO: 6

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