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La dea Fortuna

Regia di Ferzan Özpetek vedi scheda film

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La recensione su La dea Fortuna

di nickoftime
6 stelle
Come in altri lavori Ferzan Ozpetek fa del piano-sequenza iniziale de "La dea fortuna" la figura fondante della sua narrazione. Il percorso compiuto dalla mdp per arrivare all’ultima delle stanze dietro la quale porta si odono invocazioni d’aiuto e d’attenzione non è solo il modo per introdurre lo spettatore al mistero del film, quello che, facendo riferimento a un antico trauma, circoscrive lo spazio a cui tornare per sciogliere i nodi esistenziali che impediscono di continuare ad andare avanti, nonostante tutto. La mancanza di riferimenti topografici rispetto all’ambiente in cui si svolge la scena, il passaggio dal buio alla luce, il protrarsi della ricerca espedita con vari tentativi e solo al termine di essa, la scoperta di una presenza importante e "magnifica" ma invisibile a occhio nudo sono i pezzi messi insieme dall’autore per descrivere una zona dell’anima prima ancora che un territorio fisico. In questo senso i primi minuti del film servono a Ozpetek per stabilire il metro di lettura della sua storia e dunque per suggerire allo spettatore di avvicinarsi ad essa innanzitutto con il cuore e solo dopo, con la testa.
 
 
Se giudicassimo il film con la seconda ci troveremmo di fronte all’ennesimo déjà-vu perché "La dea fortuna" più dei ultimi lungometraggi del regista turco sembra chiamare in causa figure, personaggi, dinamiche e accadimenti di cui avevamo già fatto conoscenza e di cui in qualche modo sappiamo già tutto. Entrare in sala per vedere il film non soddisfa il desiderio di nuove scoperte quanto piuttosto la voglia di ritrovare un modello di comunità (perché nei film di Ozpetek la collettività conta quanto il singolo) nel quale riconoscersi e sentirsi bene. La crisi della coppia formata da Arturo/Stefano Accorsi e Alessandro/Edoardo Leo, così come l’imprevisto che li costringe a occuparsi dei bambini dell’amica Annamaria/Jasmine Trinca da una parte è la conferma di uno status quo, frutto dell’appassionata conflittualità delle relazioni sentimentali, dall’altra ricalca l’imponderabilità di un destino umano che si diverte a mischiare le carte, riparando il più delle volte alla fallacia delle azioni umane. Un dualismo, quello tra caos e ragione che appartiene anche ad altre due costanti dell’universo ozpeketiano, laddove alla caducità delle cose rappresentata dalla malattia (di Annamaria) intesa sia in senso corporale, come morte della carne, che metaforico, in quanto riflesso della dissoluzione famigliare (secondo la lezione del "minimalista" David Leavitt), fa fronte la speranza derivata dalla fede in una religiosità pagana (qui rappresentata dalle funzioni attribuite da adulti e bambini alla "Dea" del titolo), in cui la felicità degli altri non può prescindere dal sacrificio del singolo.
 
Il tutto iscritto all’interno di una cornice in cui la ricerca di autenticità si alterna a un certo gusto per l’astrazione e per l’estetica della messinscena. Prova ne sia da un lato la particolarità di una recitazione attenta a non perdersi una sola sfumatura della sensibilità caratteriale dei personaggi - con la mdp pronta a registrare il minimo cambiamento d’umore e stato d’animo - come pure a restituire gli interpreti spogliati del loro ruolo, come accade nell’inserto della festa a casa di Antonio e Arturo in cui lo stile home movies utilizzato dal regista sembra far coincidere il privato degli interpreti con la loro trasfigurazione scenica. Oppure, per contro, esaltare quest’ultima fino a farla diventare altro nella scena del ballo sotto la pioggia, in cui la famiglia “allargata” di parenti e amici trova modo di  sciogliere tensioni e affanni scatenandosi in una danza propiziatoria/liberatoria.
 
Certo è che, fatti i debiti distinguo, quello che nuoce al risultato finale di un film tutto sommato riuscito è l’assunto che gli sta dietro perché nell’affermare (ancora una volta) il primato dell’amore rispetto alle versioni in cui esso prende forma "La dea fortuna" si rifugia in una normalità che non sempre rende merito alle diversità di cui ogni essere umano si fa portatore. 
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)
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