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Scary Stories to Tell in the Dark

Regia di André Øvredal vedi scheda film

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La recensione su Scary Stories to Tell in the Dark

di pazuzu
4 stelle

Gli sceneggiatori fanno ruotare un'accozzaglia di scene madri attorno alle sorti dei soliti quattro adolescenti disadattati, lavorando in maniera puerile e scontata sulla tematica del 'diverso' ed ottenendo come risultato un teen horror dalla pronunciata cifra fantasy ma sostanzialmente innocuo.

 

 

Nella notte di Halloween del 1968, con la guerra del Vietnam alle porte e Nixon sul punto di diventare presidente, i giovani Stella, Chuck e Auggie, travestiti come la ricorrenza comanda, scappano da una banda di bulli poco più grandi di loro che vogliono pestarli, e trovano ospitalità, all'interno di un drive-in, nella macchina di un messicano solitario di nome Ramon. Proseguendo la fuga - con Ramon alla guida - nei pressi un bosco, Stella conduce il gruppo in quella che la leggenda narra esser stata nel XIX secolo la dimora dei Bellows, la cui figlia Sarah visse segregata nella propria stanza senza che nessuno potesse mai vederla, declamando da dietro la parete storie spaventose a tutti i bambini che incuriositi andavano a cercarla e in seguito alle quali in un modo o nell'altro morivano. Ella stessa, secondo la leggenda, presto si suicidò, ma nella casa restò il libro che raccoglieva i suoi racconti, vergato con il sangue versato da quegli stessi bambini. Trovato il libro, Stella lo porta via con sé, ma presto questo ricomincia a scriversi da solo, e i fatti in esso narrati a verificarsi 'in diretta'.

 

 

Basta leggere sommariamente il canovaccio di Scary Stories to Tell in the Dark, per trovare qualche dozzina di film horror a cui potrebbe somigliare: ma tant'è. Di fatto, non è certo l'originalità il primo requisito che il produttore Guillermo Del Toro ed il regista André Øvredal ricercavano in questo che nasce come un adattamento/omaggio all'omonima serie di storie brevi scritte negli anni '80 da Alvin Schwartz e illustrate da Stephen Gammell rivisitando perlopiù racconti popolari 'da falò'.
Per dare all'operazione una forma e una durata coerente alla definizione di "lungometraggio", gli sceneggiatori Dan e Kevin Hageman fanno ruotare un'accozzaglia di scene madri (talune ben girate: quella del brufolo/ragno e quella dell'accerchiamento nel corridoio) attorno alle sorti dei soliti quattro adolescenti disadattati, lavorando in maniera puerile e scontata sulla tematica del 'diverso' ed ottenendo come risultato un teen horror dalla pronunciata cifra fantasy ma sostanzialmente innocuo, troppo leggero per far paura a dispetto del titolo e dell'assunto, e caciarone al punto da non poter aspirare a nulla più che qualche sorriso nelle parti in cui - tra spaventapasseri assassini e zombi parlanti alla ricerca dei propri alluci - l'umorismo nero è servito in grana grossa.

 

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