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The Great Buster

Regia di Peter Bogdanovich vedi scheda film

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La recensione su The Great Buster

di Antonio_Montefalcone
8 stelle

Un sentito e bellissimo omaggio di un grande regista cinefilo, Peter Bogdanovich, a un genio della comicità del muto, Buster Keaton.

Buster Keaton

The Great Buster (2018): Buster Keaton

 

Dal 14 Novembre 2022 è nelle sale cinematografiche l’ultimissimo film diretto dall’accreditato critico e regista Peter Bogdanovich prima della morte  – è venuto a mancare il 06 Gennaio di quest’anno a 82 anni –  il bellissimo documentario “The Great Buster: A Celebration”, un sentito omaggio celebrativo, come recita il titolo originale, al monumentale attore e regista del muto Buster Keaton.

 

Noto estimatore del cinema statunitense degli anni d'oro e degli insuperati classici degli anni Quaranta e Cinquanta, dei quali si è ispirato per le sue opere filmografiche, Bogdanovich ha fatto della poetica della nostalgia l’essenza del suo cinema. Non stupisce quindi la sua forte adorazione per quei maestri (registi, sceneggiatori e attori) del glorioso passato che hanno contribuito a rendere sublime la Settima Arte.

 

Bogdanovich, primo regista americano venuto dalla Critica, ha saputo rileggere con malinconia i modi con cui il Cinema ha raccontato quell’epoca d’oro, attraverso uno sguardo nostalgico e amaro nella consapevolezza della fine di un’era che non ritornerà più.

Regista di ottime pellicole come “Bersagli”, “L’ultimo spettacolo” (il suo capolavoro), “Ma papà ti manda sola?”, “Paper Moon – Luna di carta”, “Vecchia America”, “Dietro la maschera”, “Texasville” e “Tutto può accadere a Broadway” – tra le sue ultime opere,  è stato anche un fine saggista e un uomo che non è mai mancato a voler omaggiare e tributare in alcuni suoi libri personalità famose da lui conosciute e ammirate in vita e con le quali ha coltivato una salda amicizia: tra questi c’è stata Dorothy Stratten e Orson Welles [il tenero ricordo di quest’ultimo è stato riportato da Bogdanovich nel suo imperdibile libro “Il cinema secondo Orson Welles” (traduzione italiana di “This Is Orson Welles”)].

Non solo Welles, ma dalla letteratura al cinema, il compianto regista ha omaggiato tra i tanti: Boris Karloff, Frank Capra, Vincent Minnelli, John Ford, e i relativi generi cinematografici, dal comico screwball anni Trenta al musical anni Cinquanta, tutto e tutti trattati con rispetto e amore sincero.

A questa “lista” non poteva e non doveva mancare un altro grande nome, il nome di uno dei padri della comicità Hollywoodiana del periodo del muto, Buster Keaton. Da qui la realizzazione puntuale e affettuosa del documentario Il grande Buster” [questo è il terzo documentario diretto da Bogdanovich nella sua carriera dopo gli illustri e pregevoli lavori precedenti: “Diretto da John Ford” (1971) documetario sull’importante figura di John Ford; e “Tom Petty and the Heartbreakers: Runnin' Down a Dream” (2007)].

 

Questa pellicola è dunque un appassionato documentario,il sincero omaggio di un regista innamorato di chi lo ha ispirato. L’opera ricostruisce, mediante il ricco materiale di repertorio e d’archivio, la raccolta di tutti i film restaurati e le testimonianze dei cineasti suoi ammiratori,  le tappe principali della carriera di uno dei più grandi talenti comici di sempre, un mito, un genio nel suo ambito.

Notevole è in questo senso la cura filologica che il regista ha coltivato soprattutto nella fase di scrittura.

Pur muovendosi su strade convenzionali e consolidate, l’interessante documentario riesce comunque a creare qualcosa di nuovo e coinvolgente, qualcosa di godibile, vitale ed esilarante in perfetto stile Keaton.

Il restauro magistrale delle opere d’archivio fa vivere la magia di Keaton sul grande schermo, mentre le interviste ad amici, familiari, collaboratori e a un gruppo di artisti influenzati dall’originalità della sua visione (tra gli altri: Mel Brooks, Werner Herzog, Carl Reiner, Cybill Shepherd, Quentin Tarantino) ritraggono approfonditamente una vita e un personaggio la cui complessità, audacia e grazia furono eguagliate dal fascino delle straordinarie opere da lui realizzate.

 

Joseph Frank Keaton, nato nello stesso periodo in cui i fratelli Lumière davano alla luce il Cinematografo, faceva parte di una famiglia di attori di vaudeville (teatro itinerante che comprendeva artisti di vario tipo) e già all’età di tre anni si esibiva al fianco dei genitori in sketch comici e stunt nei quali veniva lanciato in aria per poi ricadere senza mai farsi male.

Costoro collaborarono a lungo con Bessie e Harry Houdini. Il famoso illusionista fu colui che «vedendo Joseph Francis uscire indenne, a pochi mesi d’età, da un ruzzolone durato due piani di scale, esclamò: "What a buster indeed" - che rompicollo». Da qui il (sopran)nome Buster.

Dal 1917 keaton lasciò il palcoscenico e divenne uno dei volti del cinema comico muto americano, prima come spalla del collega Roscoe “Fatty” Arbuckle (nei 14 cortometraggi da quest’ultimo diretti) e poi, dal 1920, come protagonista, sceneggiatore e regista dei propri film diretti o co-diretti (una ventina di imperdibili affascinanti cortometraggi della durata tra i 18 e i 25 minuti, e 12 tra medio e lungometraggi, vere e proprie perle cinematografiche).

"The Great Stone Face" (faccia di pietra) – l’altro soprannome attribuitogli – si era dato la regola di non sorridere mai, e questo suo stile particolare lo caratterizzerà in maniera indelebile, portandogli una lunga serie di successi (alcuni in verità tardivi) sia nel passaggio dal muto al sonoro, sia nel finale di carriera con interpretazioni anche drammatiche (basta vederlo nei pochi attimi di apparizione in “Viale del tramonto”  o con Charlie Chaplin in “Luci della ribalta”). E non è un caso se fu tra i pochissimi a sopravvivere al declino degli "artisti di pantomima" provocato dall'arrivo del sonoro (molte furono le pellicole sonore, tra corti e lungometraggi, nelle quali fece l’attore fino a poco prima di morire).

Dopo i cortometraggi e lungometraggi da lui scritti, diretti e interpretati, Keaton partecipò come attore in tante pellicole dirette da altri registi cinematografici e negli anni diventò anche un personaggio molto attivo sugli schermi televisivi (si pensi ad esempio alla sua presenza nella serie tv di “The Twilight Zone”) e negli spot commerciali. La tv riportò all'attenzione del nuovo pubblico i suoi film di maggiore qualità, facendo sì che il suo talento venisse "riscoperto" o più valorizzato.

 

Questa è stata la carriera di Keaton, una carriera caratterizzata da un eccezionale talento artistico, dall'espressione stralunata e malinconica di Keaton e dei suoi personaggi e, soprattutto, per il talento acrobatico nelle gag che lui portava sul grande schermo (girava stunt incredibili e senza controfigura).

«Il suo cinema fu un meccanismo con continui rovesciamenti di senso, all'insegna di un esercizio continuo della logica: gli oggetti cambiano di senso, le azioni semplici diventano complesse e quelle impossibili diventano facilissime, ciò che sembra innocuo diventa un pericolo e le avversità si rivelano aiuti impensati.

Nei suoi film il mondo reale diventa astratto, surreale, tutto ciò che è sbagliato è anche giusto e viceversa».  

 

Bogdanovich ci offre della maschera impassibile di Keaton un piccolo saggio di storia del cinema, tra analisi critica e “dietro le quinte” sulla costruzione di alcune sequenze dei film più famosi del maestro del capitombolo [ si veda a titolo esemplificativo la scena onirica del capolavoro “Sherlock jr.” (“Palla n° 13” – conosciuto anche come “Calma signori miei!”), la messa in scena di “Come vinsi la guerra” (“The General“ – un capolavoro amato dai più grandi registi di ieri e di oggi), oppure l'inseguimento delle donne e dei massi rotolanti in “Le sette probabilità” ], ma anche attraverso le precise note biografiche che ne determinarono la carriera: i vari matrimoni fallimentari, il difficile rapporto con gli Studios per il controllo produttivo e la necessaria indipendenza, le presunte difficoltà economiche, la caduta nella depressione e nell'alcolismo, il riavvicinamento con i figli, la morte per cancro ai polmoni avvenuta nel 1966.

Ma l'aspetto più rilevante sul quale il regista pone l’attenzione è nell'influente eredità che Keaton ha lasciato ai posteri, un’eredità che ha il suo maggior fascino nell’armonica e magica unione di tempi, ritmo, azione e meccanismi di divertente comicità, mai banale e sempre intelligente, audace, riflessiva ed emozionante.

Bogdanovich in questo suo documentario non concepisce mai un confine tra l’uomo e l’artista: Keaton diventa le sue pellicole, non può separarsi da esse; mai nella storia del cinema il corpo del film e il corpo del suo regista sono stati così indivisibili. Tutto è perfetta allegoria di una vita che trova senso solo in stacchi di montaggio e acrobazie pericolose atte a (di)mostrare quelle incredibili capacità del suo corpo/anima di reagire imperturbabilmente alle situazioni più impreviste o impossibili.

 

E in fondo è proprio questo che ci vuol dire Peter Bogdanovich con questa sua opera celebrativa: il cinema di Keaton non è ancora (per fortuna) un pezzo da museo da contemplare o studiare a distanza, ma una materia ancora viva, pulsante e vitale, un (s)oggetto fluido e dinamico da (ri)scoprire nel contemporaneo.

Non c’è chiusura più appropriata di questa per la filmografia di un regista come Bogdanovich che ha tanto amato il Cinema del passato, dichiarandolo in ogni sua pellicola; e non c’è cosa più bella che concludere la propria carriera artistica giustappunto con un film come questo appassionato documentario che lo e ci riporta alle origini del Cinema e dei suoi più grandi pionieri…

 

 

ULTERIORI APPROFONDIMENTI:

 

Da non perdere la visione dei circa venti (adorabili) cortometraggi diretti da Keaton tra il 1920 e il 1923, nonché  i mediometraggi e lungometraggi del periodo del muto, in tutto 12, diretti dal comico tra il 1923 e il 1929.

Molte di queste pellicole sono state restaurate dalla Cineteca di Bologna (Cinema ritrovato), qui consultabile: https://festival.ilcinemaritrovato.it/edizioni-precedenti/?text=buster+keaton&editionStart=&editionEnd=&yearStart=&yearEnd=&sec=&country=

 

L'American Film Institute ha inserito Buster Keaton al ventunesimo posto tra le più grandi star della Storia del Cinema.

Tra i vari premi che ha ottenuto, oltre alla stella sul Walk of Fame di Hollywood, il premio Oscar onorario alla carriera, assegnatogli nel 1960 per «l’inimitabile talento con cui ha portato sullo schermo un’immortale comicità».  

 

 

CURIOSITA’:

 

Presentato alla 75^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2018), “The Great Buster” ha vinto il premio 'Venezia Classici per il Miglior Documentario sul Cinema'.

 

 

VOTO:   8

 

Peter Bogdanovich

The Great Buster (2018): Peter Bogdanovich

 

 

 

 

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