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La ballata di Buster Scruggs

Regia di Ethan Coen, Joel Coen vedi scheda film

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La recensione su La ballata di Buster Scruggs

di supadany
8 stelle

Venezia 75 – Concorso ufficiale.

I fratelli Coen avevano già abbracciato il western, richiamandolo attraverso le atmosfere geografiche e psicologiche in Non è un paese per vecchi e rileggendolo da par loro nel remake Il grinta, ma The ballad of Buster Scruggs parla una lingua diversa, resuscitando uno spartito relegato – salve rarissime eccezioni - in soffitta da decenni.

Infatti, l’esposizione presenta un’antologia di racconti che, oltre a navigare a 360° in un territorio sconfinato al pari delle distese desertiche che fotografa, riprende la formula dei film a episodi, ricordando in maniera particolare le pellicole italiane degli anni ’60. 

Segnatamente, il film è suddiviso in sei capitoli indipendenti, che raccontano rispettivamente le disavventure del pistolero canterino Buster Scruggs (Tim Blake Nelson), l’assalto alla banca di uno sfortunato rapinatore (James Franco), le decisioni di un nomade (Liam Neeson) che si guadagna da vivere organizzando show itineranti, l’attività di un cercatore d’oro (Tom Waits) alle prese con un imprevisto, il viaggio di una donna (Zoe Kazan) verso una nuova vita ancora da decifrare e, per concludere, le vicissitudini all’interno di una diligenza diretta in un luogo tenuto sconosciuto.

 

Tim Blake Nelson

The Ballad of Buster Scruggs (2018): Tim Blake Nelson

 

Dunque, la carne sul fuoco è saporita e abbondante, tanto che pur trattandosi del film più lungo fin qui diretto da Joel ed Ethan Coen in carriera, soffre comunque di un effetto compressione. Ancora di più, è sottoposto a sbalzi d’umore in grado di tagliare le gambe, soprattutto quando transita da un paio di episodi griffati da un’esuberanza trasbordante (i due in apertura) a un altro (il terzo) segnato da un fatalismo esistenziale che sprigiona una laconica crudeltà, talmente consistente da togliere ogni parola di bocca.

D’altro canto, questa scelta dispositiva, oggigiorno desueta e quindi alternativa, era l’unica ammissibile per racchiudere la moltitudine di riferimenti del genere affrontato, andando a costituire una mappatura sovraffollata. Si parte con il poker e un duello risolutivo face to face, per poi sciorinare una rapina in banca e la condanna sommaria all’impiccagione, la caccia all’oro e gli approfittatori del lavoro altrui, le carovane di coloni e gli attacchi degli indiani, per calare il sipario con un viaggio in carrozza condiviso da alcuni sconosciuti, una fase che strizza l’occhio a The hateful eight di Quentin Tarantino, ripreso, al pari del sodale Robert Rodriguez, attraverso alcune esplosioni pulp orientate all’eccesso più estremo (e divertente).

Dunque, il background è florido e implementato grazie a soluzioni creative, che spaziano da un montaggio armonizzato a singole invenzioni (due caratteristiche che si fondano nell’introduzione del passo con protagonista Tom Waits). In più, un’ironia sferzante e dialoghi pindarici sono proposti in alternanza ad altre composizioni più meditative, contribuendo allo sviluppo di un affresco volutamente discontinuo in virtù dei singoli umori, una transizione che tra cascami e calembour, omaggi e tonalità quanto mai distanziate – anche paesaggistiche, passando dal deserto del New Mexico ai territori boschivi del Nebraska - è avvolta da un fato avverso che volteggia senza concedere alle sue vittime l’opportunità di raggirarlo.

Tante piccole portate con un denominatore comune e dai sapori distinti, con un riduzionismo che può generare un principio di insofferenza, ma anche scialuppe di salvataggio disponibili ad abundantiam, alle quali aggrapparsi – ad libitum - per elaborare un ricordo da conservare nel tempo.

Autoritario e appetitoso.

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