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Rosso

Regia di Benjamín Naishtat vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Rosso

di maurizio73
6 stelle

La viltà borghese, sentimento di omologazione e accondiscendenza all'autorità, è il vulnus su cui operano le macchinazioni di una trasformazione che contempli l'uomo nuovo, prototipo di un interesse personale che cede alla subdola ostentazione di un esercizio del potere che ha ormai contaminati tutti i gangli vitali del consorzio civile.

Avvocato rispettato di una piccola comunità della provincia argentina è l'involontario protagonista di uno strano delitto. Capirà ben presto che la sua posizione ed i suoi principi sono stati radicalmente messi in discussione da un sistema di potere ineffabile e pervasivo.

 

locandina

Rosso (2018): locandina

 

Bastava che qualcuno dicesse di no e sarebbero stati subito gli anni '60 (A.S.)

 

Al suo terzo lungometraggio e con un approccio che ricerca ancora una volta modelli autoriali riconoscibili (l'apologo della paura sociale di Historia del Miedo, l'epica della frontiera e della fondazione in El Movimiento), il giovane Benjamín Naishtat si ripropone con il suo film forse più riuscito con questo thriller morale che ripercorre gli stilemi rétro degli analoghi (anche italiani) degli anni '70, ma con uno sguardo puntato sulle universali dinamiche del potere e del consenso. Lo fa, alternando due elementi apparentemente e volutamente in antitesi tra loro, se è vero che ad una precisa cronologia della narrazione che non manca di rimarcare date ed avvenimenti, si contrappone un andamento ondivago e sfumato che trova nell'ambiguità e nel simbolo la grammatica più adatta ad una sottile analisi dei comportamenti sociali. Se lo schema classico del protagonista integerrimo al centro di un occulto programma di pervertimento morale ci riporta all'atmosfera del complotto che si respirava negli esempi nostrani sulla strategia della tensione (Cadaveri eccellenti), esso è tuttavia funzionale ad un racconto che fa dell'ironia e della suspense gli elementi stranianti di un prodotto sicuramente originale che ha il coraggio di condurre il suo gioco a mani coperte alla inesorabile conclusione di un epilogo rivelatore, vero e proprio rimettaggio di un ordito i cui fili compongono una trama finale di spiazzante coerenza simbolica e narativa. Una volta di più è proprio la viltà borghese, sentimento di omologazione e accondiscendenza all'autorità, il vulnus su cui operano le oscure macchinazioni di una trasformazione della società che contempli la creazione dell'uomo nuovo, prototipo di un interesse personale che più che per l'impunità al crimine ed alla forza del ricatto, cede alla subdola ostentazione di un esercizio del potere che dimostra di aver contaminati tutti i gangli vitali del consorzio civile. Il rosso del titolo è quindi un simbolo che si dipana come un classico filo cinematografico lungo tutto il film: dal sangue di cui si è macchiato l'imbelle protagonista alla terra battuta di un campo da tennis di inveterate consuetudini consortili, dal disco eclissato di un sole morente che prennuncia l'oscuro ciclo di un regime oppressivo all'ammainarsi definitivo del rosso sol dell'avvenire in una terra di conquista per arrembanti logiche neoliberiste. Nel rovesciamento della prospettiva operata nelle scene finali quindi, anche la rivelazione delle tipologie umane che popolano questo sardonico bestiario della riorganizzazione sociale: dai rispettabilissimi sciacalli dell'incipit alla famiglia di dissidenti sparita nel nulla, dalle nuove leve dello squadrismo urbano ai melliflui sensali di una repressione silenziosa (straordinari Claudio Martínez Bel ed il larreniano Alfredo Castro), ma soprattutto dall'insospettabile eroismo di un suicida disperato alla definitiva remissività di un irreprensibile e virile avvocato di provincia (un misuratissimo Darío Grandinetti) che si è ridotto a indossare il parrucchino alla prima del mirabolante spettacolo di prestigio portato in scena dagli invisibili demiurghi in alta uniforme nascosti dietro le quinte. Risonanza e premi in patria e all'estero (San Sebastián International Film Festival 2018) per un film che, dopo le precedenti prove del regista, sembra aver messo definitivamente d'accordo critica e pubblico.

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