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Glass

Regia di M. Night Shyamalan vedi scheda film

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La recensione su Glass

di M Valdemar
3 stelle

 

locandina

Glass (2019): locandina

 

 

 

Heroes.
No, non David Bowie.
La serie televisiva di qualche anno fa.
Glass, in definitiva, pare una puntata (al)lunga(ta) di quel prodotto bimbominkiesco degli anni zero.
Stesso allure, stessa filigrana introspettivo-sociologica, stessa seriosità, stessa verbosità, stesse ridicolaggini.
Evidentemente, le fonti, purtroppo, sono le stesse.
Fumetti, supereroi, origini.
Se ne ciancia di continuo, spesso a sproposito, sempre fuori fuoco; e con quali intenti/esiti (che non siano quelli di un molesto ultra-didascalismo).

La coda (chi vedrà capirà, chi non vedrà meglio), fatta di finali su finali che si accumulano fino a raggiungere l'acme dell'idiozia (nerd, e non solo), non lascia dubbi.
M. Night Shyamalan si è bruciato.
Ancora.
Certo, le abilità nel girato restano – soggettive, primi piani, inquadrature, silenzi, sguardi: la manovra registica è, sebbene meno ispirata che in passato, suggestiva ed elegante –, ma non sposta di un millimetro l'orribile sensazione di pressapochismo, il progressivo disfacimento di materiale potenzialmente esplosivo di cui non rimangono che residui mefitici dalla consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.
Quasi ti si attacca addosso, la sostanza shyamalanica; fatta di incubi di pensieri e risoluzioni e svolte che incubano una sceneggiatura mostruosa, mutilata nel senso e nello spirito, scioccante per come le carni del corpo filmico ne disvelano la natura putrefacente.
È scritto così male, Glass, che non ci si crede. Riesce nell'ardua impresa di frantumare il portato delle altre due componenti della trilogia (supposta; ovvero che ti si conficca su per calde cavità), il sottovalutato (all'epoca) Unbreakable e l'ottimo Split, con il quale il Nostro risorse dopo produzioni non memorabili (eufemismo).
Che il legame fosse flebile, probabilmente posticcio, s'era intuito; ma non è questo il problema, né il punto. L'opera che riunisce David Dunn, la Bestia e l'Uomo di Vetro - peraltro impossibile da vedere/comprendere se non si conoscono le opere precedenti - frana sotto i colpi micidiali di una storia che trascende il concetto di “sospensione dell'incredulità”.

Troppe forzature, troppe incongruenze, troppa superficialità.
Persino il “magic touch” dell'autore de Il sesto senso e Signs cade come corpo morto cade sopra cataste di twist brutalmente balordi.
È semplicemente inaccettabile, irricevibile, improponibile. Come la tensione si sciolga in favore di una ridondanza di parole e dialoghi e monologhi imbarazzanti, come l'azione sia relegata a un paio di sequenze brevissime di nessuna attrattiva (la prima è interrotta; la seconda avviene in un parcheggio deserto come fossimo in uno stupido Marvel ché non ci può essere gente che muore a destra e a manca! Che caso, tra i produttori oltre a Blum c'è la disneyiana Buena Vista), come la personalità/identità dei “superumani” sia erosa, depauperata e la loro fine sia priva di alcuna epica, come il fatto che l'istituto in cui sono rinchiusi è sorvegliato da due-guardie-due che si danno il turno (!!), come certuni in teoria impossibilitati a uscire circolino come gli pare avendo pure accesso a stanze di sorveglianza e pc che hackerano allegramente, come il collegamento tra i duellanti e il ruolo di Mr. Glass sia forzato sino all'inverosimile (quanto è risibile!), come tutto accada secondo un grande piano che però è pieno di casualità e coincidenze che manco in una telenovela, come le buone idee (il dubbio sui poteri – un possibile residuato di patologie psichiche, la distorsione della percezione della realtà – che la psicologa instilla nei tre uomini e in noi spettatori) non fanno un film, come il finale alla Heroes abbracci l'universo della stupidità (eh, la forza della rete, il mondo sì che si risveglierà!).
Deficitaria infine pure la direzione del cast. Bruce Willis appare svagato, assente, sofferente, e il suo David Dunn mortificato e sacrificato sull'altare di chissà quale «storia di origine» (parole dell'Uomo di Vetro); Anya Taylor-Joy incredibilmente sprecata (cioè, hai una bomba così e le fai fare il soprammobile solo perché non sapevi come metterla?!); Samuel L. Jackson va col pilota automatico (non potrebbe fare altro, altrimenti); Sarah Paulson … beh, avrà tanti estimatori tra i fanatici di serie televisive ma quell'irritante espressione da cane bastonato non l'abbandona mai tanto che vorresti bastonarla e finirla. Scelta imperdonabile. Spiace solo per il bestiale James McAvoy, che attore (ma non lo scopriamo certo ora).
Però, hey, bella la stanza tutta rosa dell'istituto dove la psicologa (personaggio di merda, peraltro) mette in riga i nostri, eh.
Anziché la Bestia dovrebbe essere Shyamalan a rimanere nella luce, precipitato in un gorgo creativo buio da cui si spera riesca a riemergere.

Anya Taylor-Joy, James McAvoy

Glass (2019): Anya Taylor-Joy, James McAvoy

Bruce Willis

Glass (2019): Bruce Willis

Samuel L. Jackson

Glass (2019): Samuel L. Jackson

 

 

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