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Il tassinaro

Regia di Alberto Sordi vedi scheda film

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La recensione su Il tassinaro

di LorCio
6 stelle

Tra gli ultimi (pochi?) film potabili che Alberto Sordi realizzò come regista, è una summa del Sordi-pensiero più popolare: l’italiano medio è popolare nel senso più puro del termine, fondamentalmente bonaccione, ha una famiglia a cui vuole un bene corrisposto senza eccessi, è fallibile specialmente quando si trova di fronte una donna provocante, è discretamente populista ed orgogliosamente qualunquista, è servile col potere ma ha una certa consapevolezza politico-sociale (per quanto discutibile).

 

Il film ha il suo cuore proprio nel personaggio, non a caso titolo del film stesso, dimenticandosi sostanzialmente di costruire una trama architettata che non sia l’accozzaglia di episodi sparsi: Sordi non è mai stato un bravo regista e, tra i tanti meriti, ha invece avuto l’imperdonabile responsabilità di aver banalizzato ed omologato al suo personaggio un signor sceneggiatore come Rodolfo Sonego, relegato a rifinitore tecnico del pensiero sordiano (anche se qui lo script è curiosamente opera di Age & Scarpelli).

 

Resta comunque un ritratto di uomo d’altri tempi (all’epoca l’attore aveva sessantatre anni), disordinato finché si vuole, in cui Sordi ha l’occasione per dire la sua su qualunque cosa (rapporto tra genitori e figli e famiglia soprattutto, coppie perversamente annoiate, raccomandazioni, giovani nel mondo del lavoro, cinema, lotta di classe) ma anche divertente non di rado nonostante la demagogia di fondo.

 

In evidenza Liù Bosisio come madre logorroica, straniante la filippica antiamericana (da Nando Meniconi?!), qualche passeggero celebre (Silvana Pampanini scambiata per Sylva Koscina; Giulio Andreotti sempre imbalsamato ed immobile), almeno due momenti da incorniciare: il finto turpiloquio al texano e il finale metacinematografico con Federico Fellini, con cui i rapporti non erano stati dei migliori per alcuni anni.

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