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Bohemian Rhapsody

Regia di Bryan Singer vedi scheda film

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La recensione su Bohemian Rhapsody

di Malpaso
7 stelle

Un'agiografia patinata ed innocua di una rock band che qui perde tutta la sua vena graffiante.

La recensione che segue la trovate anche sul mio blog.

 

Bohemian Rhapsody è un film debilitato di uno spessore drammatico che avrebbe potuto avere senza problemi, ma va detto che a fine visione i sentimenti positivi preponderano rispetto a quelli negativi. Perché se un’opera del genere ha un attore camaleontico, un ritmo dosato a misura del pubblico medio e, neanche a dirlo, una colonna sonora interamente firmata dai Queen, il lavoro è fatto.

 

Torniamo all’inizio. Figlio di un travagliato percorso produttivo, con annesso cambio di regia in corso d’opera (Dexter Fletcher è stato comunque estromesso dai titoli di coda a favore del ben più noto Bryan Singer), Bohemian Rhapsody ci si presenta come il capolavoro che tutti volevano acclamare, ma che in realtà è ben lungi dall’esserlo. Tra gli anni settanta e gli ottanta, la vita e la carriera di Freddie Mercury e compagni ci vengono raccontate per ampie somme, tra una Somebody to Love e un’ammiccante We Will Rock You, col puro intento di celebrare il genio di questi artisti. Il risultato è l’agiografia patinata ed innocua di una rock band che qui perde tutta la sua vena graffiante, in una ricostruzione storica edulcorata e quasi innocente.

 

Purtroppo il film si rivela estremamente superficiale, soprattutto nella prima parte, sia nell’indagine dei rapporti tra il protagonista e gli altri personaggi che nella rappresentazione dei vari snodi delle loro carriere. Volendo proprio esagerare, si potrebbe dire che questa soluzione narrativa sia dovuta alla volontà di rispettare la psicologia di Mercury così come è portato in scena: un uomo che ha continuato a mascherarsi per tutta la vita, in fuga prima di tutto da se stesso. Ed è in questo spunto riflessivo che Bohemian Rhapsody acquista valore reale: Rami Malek è perfetto nel ruolo dell’eccentrico frontman e, seppure i momenti dedicati all’introspezione del personaggio sono pochi, questi portano l’opera ad accennare un salto di qualità che non arriva mai, se non in un finale spettacolare e commovente.

 

D’altronde cosa si può redarguire ad un prodotto capace di parlare alla massa, di emozionarla e di farla applaudire? Forse, ad essere severi, il ridursi del mezzo cinematografico a puro strumento celebrativo, privo di un vero collante narrativo, libero nel seguire e romanzare pesantemente dati storici e personalità dei tempi qui ridotte a zerbini calpestati dal genio mattatore di Freddie Mercury. Il film è un encomio apertamente schierato che sacrifica il realismo al culto della band. Non vuole raccontare l’uomo, ma il personaggio. Così il picco emotivo è ricercato nella lacrima dello spettatore, posto di fronte al fenomenale Live Aid del 1985, qui riproposto con un’attinenza al reale che lascia sbalorditi. L’opera arriva quindi a toccare nel finale un’epicità che ha bramato lungo tutta la sua durata, fallendo nell’intento.

 

Abbiamo in questo senso uno scorcio di ciò che Bohemian Rhapsody avrebbe dovuto essere nella mente dei produttori e che, per ragioni di controversie artistiche, non ha potuto. Tra l’opera celebrativa e lo smascheramento di un personaggio pubblico concorrono diverse modalità d’indagine cinematografica, forse troppo differenti per essere ben amalgamate in un prodotto unico. Per questo motivo Bohemian Rhapsody appare una pellicola decapitata, in bilico tra due strade, quella dell’omaggio e quella dello scavo introspettivo, che non ha mai il coraggio di intraprendere fino in fondo. Così lo spettacolo appare indefinito, noiosamente santificato e prevedibilmente pomposo. Ma sul palco ci sono i Queen, la soundtrack è un capolavoro, la massa canta e batte le mani. Allora ci si gode l’omaggio, nonostante di cinema con la maiuscola ce ne sia poco.

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