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Tarda primavera

Regia di Yasujiro Ozu vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Tarda primavera

di vermeverde
10 stelle

Con Boshun / Tarda primavera ha inizio il periodo conclusivo dell’attività di Ozu in cui il regista giapponese ha realizzato film, tutti di alto livello estetico, alcuni dei quali capolavori assoluti della storia del cinema. 

La grandezza di Ozu è nella sua inflessibile e rigorosa ricerca di uno stile il più possibile asciutto, assolutamente privo di compiacimento, teso unicamente a far emergere nel modo più semplice ed evidente i sentimenti dei protagonisti senza dimenticare che il film è pur sempre una forma di intrattenimento la cui visione deve essere piacevole e scorrevole. I film di Ozu sono certamente debitori della visione del mondo propria del buddismo zen, ma la cristallina trasparenza del suo stile, insieme con uno sguardo apparentemente distaccato del regista, ne cela i riferimenti ad una prima visione superficiale, soprattutto a noi occidentali. 

Il regista ha spesso dichiarato che più che i fatti a lui interessava mostrare, senza enfasi, i sentimenti provati dalle persone comuni a seguito degli eventi vissuti nella vita contemporanea e che quello che conta è ciò che rimane dopo la visione del film. I temi trattati in Tarda primavera sono il matrimonio (vissuto, programmato, concluso volontariamente o per cause naturali, replicato) e la conseguente separazione tra padre e figlia. Sono temi costanti nella filmografia di Ozu, che li ripropone con diverse angolazioni, partendo da una situazione di apparente equilibrio che si rompe per un contrasto, generalmente anziani/giovani riflesso della transizione, caratteristica del dopoguerra, fra tradizione e modernità; qui il contrasto è fra il desiderio della figlia Noriko (Setsuko Hara) di rimanere accanto al padre (Chishu Ryu) e quello  del padre e della zia di vederla sistemata data la sua non più giovanissima età, considerandolo quasi come un suo dovere. Nel film la ricomposizione dell’equilibrio avviene per mezzo di uno stratagemma architettato dagli anziani parenti e la separazione è segnata dal raggiungimento di un’intima consapevolezza e dall’accettazione da parte del padre dell’ineluttabile fluire della vita con un sentimento di intima e nostalgica malinconia. La scena finale, che mostra il padre che sbuccia una mela, allude a questo distacco: priva il frutto della buccia, il suo involucro protettivo, e la lascia cadere, così come si è privato della figlia che lo accudiva con amore; le onde del mare, poi, alludono al costante e inarrestabile procedere della vita.

Nella resa visiva di Tarda primavera risaltano i risultati della inflessibile e rigorosa ricerca di Ozu per ottenere i massimi risultati espressivi con i minimi mezzi ottenendo una personalissima tecnica di ripresa infischiandosene delle regole correnti: mdp sempre bassa, solo in esterni rari e brevi movimenti di macchina, frequente elusione del campo/controcampo nei dialoghi, eliminazione totale delle dissolvenze in favore di stacchi netti, uso ricorrente dell’ellissi nella narrazione, ricorso ad inquadrature fisse di transizione. Di queste ultime, in particolare, trovo significative alcune scene che scandiscono l’evoluzione della trama quali metafore delle situazioni descritte: la prima, all’inizio del film dopo la cerimonia del te, mostra una altura verdeggiante in pieno sole su spiccano in alto degli alberi spogli che rimandano alla condizione innaturale, per la tradizione giapponese, della figlia ancora nubile; la stessa scena è ripresa dopo un serrato colloquio tra padre e figlia, ma con un cielo nuvoloso allude al contrasto; infine, dopo la gita a Kyoto, mostra una collina in piena luce ricoperta di piante verdeggianti e sottolinea il raggiunto equilibrio di Noriko che ha deciso di sposarsi.  

La riuscita e la compattezza formale del film è anche dovuta all’abitudine di Ozu di avvalersi dello stesso staff tecnico e degli stessi attori (caso non insolito nell’industria del cinema giapponese). Qui, inoltre, su un generale alto livello di recitazione, sobria e senza enfasi, spiccano gli attori prediletti del regista: Setsuko Hara (curiosità: l’attrice ha interpretato anche in altri due film di Ozu personaggi con il medesimo nome di Noriko) che rende i diversi stati d’animo con sottile ed efficacissima sincerità e un contenuto ma intenso e commovente Chishu Ryu.

In conclusione, il film è senza dubbio un capolavoro che fa rimpiangere la prematura scomparsa del regista, avvenuta nel 1963 il giorno del suo sessantesimo compleanno.

 

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