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Smetto quando voglio: Ad honorem

Regia di Sydney Sibilia vedi scheda film

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La recensione su Smetto quando voglio: Ad honorem

di pablo93
5 stelle

Si nasce incendiari e si muore pompieri, o quasi.

Smetto quando voglio: Ad honorem, terza parte della saga della banda dei ricercatori iniziata nel 2014 da Sidney Sibilia e conclusa con gli ultimi due capitoli in questo 2017. Bisogna dirlo sin da subito il film diverte, è vero, ma lo fa in maniera minore rispetto ai precedenti capitoli. Il film dal lato tecnico è ben fatto, ma alla lunga la fotografia fatta di colori così brillanti e vivaci risulta non poco ripetitiva e, del senso di freschezza percepito con la visione del primo Smetto quando voglio, rimane uno sgradevole senso di già visto che non riesce più ad ammaliare lo spettatore. Il cast funziona in quelli che erano i personaggi originari della saga (il neurobiologo Leo, il chimico Fresi, l’archeologo Calabresi, l’antropologo Sermonti, l’economista De Rienzo e i latinisti Aprea e Lavia), mentre si continua a non capire il bisogno (sentito dagli sceneggiatori già col secondo atto della trilogia, Masterclass) di ampliare la banda con nuovi elementi che non aggiungono pressoché niente ai caratteri della banda originale, ma anzi contribuiscono a depotenziare la comicità di alcuni interpreti che alla fine di questo terzo capitolo ci si ricorda a mala pena di aver visto in scena.

Ad honorem è un film che procede tutto sommato bene dall’inizio alla conclusione, fatta eccezione per un paio di scene un po’ troppo azzardate e costruite in maniera piuttosto goffa dal punto di vista narrativo (il dialogo fra Leo e Lo Cascio sembra veramente uscito a uno dei cinefumetti più brutti della Marvel), ma è proprio nella conclusione che ha il suo punto di debolezza.

Se il primo e, in fin dei conti, anche il secondo film avevano una certa dose di sincera amarezza nelle proprie chiuse che congedavano lo spettatore spingendolo a riflettere sulla situazione dei precari in Italia, Smetto quando voglio: Ad honorem ha un finale che, da un lato, non è sicuramente lieto, ma, dall’altro, non ha neppure quella forza corrosiva che avrebbe potuto giovare al tutto.

 

 Nel primo film c’era una forte voglia di rivalsa di questi ricercatori, impossibilitati – come afferma il personaggio di Leo nel primo film – a  fare l’unica cosa che riesce loro: studiare, che si trovavano a smerciare sostanze (ancora per poco) legali poiché ridotti economicamente quasi sul lastrico. Nel terzo, invece, questa banda degli onesti del XXI secolo, si preoccupa di sventare una sorta di attacco terroristico (teoricamente al fine di avere un ammorbidimento della pena dei propri reati), smarrendo totalmente quel livore nei confronti dell’autorità che era stata loro tanto avversa quando avevano cercato di perseguire la via accademica, quanto quando avevano svolto l’attività criminale. Ed è proprio questa perdita di cattiveria il difetto più grave del film. Se nel primo Smetto quando voglio si era portati a simpatizzare con quelli che sono dei veri e propri criminali, era sì per la vena comica della banda, ma anche e soprattutto perché sappiamo che, paradossalmente, loro sono eticamente più alti di ciò a cui vanno contro, lo Stato (i professori che non li hanno aiutati prima, i poliziotti che vogliono incastrarli solo per fare carriera poi). Il finale di questo film è fin troppo riconciliatorio. Un'occasione mancata per quella che poteva essere davvero la saga comica per eccellenza del nuovo cinema italiano.

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