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Le rondini di Kabul

Regia di Zabou Breitman, Eléa Gobbe-Mévellec vedi scheda film

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La recensione su Le rondini di Kabul

di ilcausticocinefilo
9 stelle

 

Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere”   ––B. Russell (Perché non sono cristiano)

 

 

Dove osano le rondini, uomini e donne invece non riescono neppure ad avvicinarsi, a proten­dere, ad anelare. Uomini e soprattutto donne, tutti sotto quello stesso cielo, vivono al contra­rio una vita miserabilmente grigia e desolante, oppressi da un cappa di fondamentalismo più soffocante dello smog.

 

 

scena

Le rondini di Kabul (2019): scena

 

 

La bellezza degli stupendi sfondi acquarellati conferisce quasi, per con­trasto, ulteriore forza lancinante a ciò che poi in definitiva quelle immagini mostrano: ov­vero, sempre e soltanto miseria, devastazione e aridità (culturale, sociale e materiale). Quelle imma­gini, stupende visivamente ma dirompenti emotivamente, sono immagini in grado d’imprimersi a fuoco nella memoria.

Parliamo di quell’aula universitaria ridotta ad un cumulo di detriti che manco Chernobyl; parliamo di un campo da calcio dove alle porte sono appesi dei cappi; par­liamo dell’esterno di un bar dove le donne sono costrette ad aspettare, avvolte in quei soffo­canti burqa e accovacciate come fossero cani, i propri mariti che invece si rilassano bellamente all’interno; parliamo di un atto apparentemente semplice e innocente come il se­dersi fuori casa a fumare una sigaretta per rilassarsi, un atto che si fa quasi senza pensarci, ma solo se si è uomini. Se si è uomini dopo una sfuriata, dopo un litigio, si può pure uscire di casa e andare a farsi un giro; se si è donne invece si rimane confinate in casa come i peggio criminali a rodersi dentro, a sfogarsi contro i muri di case fatiscenti e diroccate.

 

Les Hirondelles de Kaboul possiede una potenza, viscerale e destabilizzante, forse persino superiore a quella di film come The Breadwinner; perché se là si trattava di un film per bambini, a tratti favolistico, certo adatto per diffondere un messaggio; qui si tratta invece di un film per adulti che non fa sconti a nessuno e che non lascia spazio a vacui miraggi.

Difficile immaginare opera più attuale, in questo 2021 che verrà ricordato come l’anno del ritorno al potere di quegli stessi fanatici ignoranti. Inutile illudersi, però: certo gli americani non hanno portato la libertà e la democrazia (ma, dopotutto, chi ci ha mai creduto?), ma non per questo significa che coi talebani di punto in bianco si possa discu­tere. Non si discute con chi ritiene di essere sempre e comunque nel giusto; con chi ritiene di aver la verità in tasca, e una verità ben superiore.

 

 

scena

Le rondini di Kabul (2019): scena

 

 

Questi sono i figli di un Paese dilaniato da quasi cinquant’anni di guerra; sono i figli di un Paese arretrato dove nei primi decenni del ‘900 esisteva ancora la schiavitù nella campagne, dove ancora alla fine dei ‘70 la persona media era dedita a coltivare la terra per paghe da fame e dove tanti di quei padroni nonché proprietari terrieri al primo timido cenno d’un governo disposto a concedere minime redistribuzioni di terra ed infrastrutture pensarono bene di darsi alla guerriglia contro “i senza dio comunisti” (che ovviamente poi comunisti non erano); sono i figli di un Paese che ancora oggi ha l’aspettativa di vita più bassa dell’intero pianeta.

Eppure, questi figli ritengono più importante una morale primitiva ri­spetto a felicità e libertà che invece sarebbero, pare, stupide manie occidentali; ritengono più grave un adulterio che non un omicidio; ritengono che “un uomo non debba mai niente ad una donna”; ri­tengono più determinante la cieca osservanza di precetti assurdi rispetto al dare ai propri con­cittadini (ai propri bambini) una vita dignitosa, perché tanto “Dio provvederà”, “E’ Dio che lo vuole”…

 

L’opera di Breitman e Gobbé-Mévellec è inesorabile, procede senza troppe distrazioni verso l’inevitabile risoluzione finale che porterà quasi tutti i protagonisti a riunirsi in un’unica scena. Insieme nell’agonia e insieme nella tragedia. La trama, affilata come un rasoio, prende alcuni piccole vicende private emblematiche che, senza alcun bisogno di sottolineature ecumenico-educative, conducono dritto dritto al cuore della questione, ovvero al ribadire come quello mostrato non sia vivere.

A ribadire il semplice fatto che quando si lascia troppo spazio al totalitarismo religioso l’ineludibile esito è sempre e comunque un mondo di sofferenza, peraltro facilmente evitabile: non ci si ammazzasse per nulla; si arrivasse finalmente a riconoscere le donne come esseri umani in tutto e per tutto e non oggetti di proprietà; ci si preoccupasse di nutrire, curare ed istruire i propri figli invece che indottrinarli e costringerli a ripetere a pappagallo formule oscure nelle madrase***

 

 

scena

Le rondini di Kabul (2019): scena

 

 

Dal punto di vista tecnico, inoltre, pur nella scarsità di mezzi e risorse, il film si mantiene sempre su un buonissimo livello: l’animazione non è mai “scattosa” e, di nuovo, i fondali acquarellati colpiscono nel segno.

Che dire d’altro? Se non di non lasciarsi scappare questo Les Hirondelles de Kaboul, uno di quei film capaci di unire bellezza figurativa e introspezione concettuale, qualità artistica e riflessione; uno di quei film, insomma, che riconciliano con un’idea di cinema che non sia solo mero intrattenimento (comunque non disprezzabile) o all’estremo opposto vuoto onanismo intellettualoide criptico e serioso e che non ha niente da dire.

 

 

scena

Le rondini di Kabul (2019): scena

 

 

 

 

 

***  Che non sia in alcun modo considerabile vera conoscenza lo si può evincere anche dal fatto che questi poveri bambini sono spesso costretti ad imparare a memoria l’intero Corano (ovvero, qualcosa come 80.000 parole divise in più di 6200 versetti) a prescindere dal significato delle parole.

E, chiaramente, a svilimento di ogni possibilità di sviluppo d’una coscienza critica:[Questi bimbetti] portano a termine [una simile] prodigiosa impresa a scapito della loro capacità di ragionamento, poiché spesso le loro menti sono così tese per lo sforzo mnemonico che essi sono poco inclini al pensiero profondo”. E tutto, come detto, senza preoccuparsi minimamente del significato del testo: il Corano è recitato semplicemente perché si crede la sua declamazione costituisca di per un’opera meritoria.

Quest’indifferenza verso il senso delle parole raggiunge un livello tale che perfino gli eruditi che hanno studiato i commenti – per non parlare dei laici – non riescono a capire quando i versi che stanno recitando condannano, in quanto peccaminose, azioni che sia loro che gli ascoltatori compiono tutti i giorni, se non addirittura durante la vera e propria cerimonia”.

 

Cfr. IBN WARRAQ, Perché non sono musulmano, Milano, Ariele, 2002, pp. 104-05 e sgg.

 

 

scena

Le rondini di Kabul (2019): scena

 

 

 

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