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Rosemary's Baby

Regia di Roman Polanski vedi scheda film

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La recensione su Rosemary's Baby

di Kurtisonic
8 stelle

Le ossessioni ricorrenti nel cinema di R.Polanski si condensano in Rosemary’s baby, primo film “americano” del regista. Da un’iniziale situazione da commedia leggera, il film si trasforma ed espande i suoi aspetti tematici mirando a sconcertare lo spettatore, a seminargli intorno l’incertezza per lasciarlo a sé stesso, abbandonato al dubbio e al presentimento oscuro. Rosemary’s baby è un thriller psicologico nel quale si realizza mediante un’ambiguità di interpretazione, un transfer emotivo che sorregge l’intero racconto. Rosemary e il marito Guy, trovano casa in un appartamento vicino a Central Park, si ritroveranno fra vicini invadenti , antiche leggende e cronache lugubri sul passato della loro casa. Il mondo della coppia racchiusa nell’appartamento ristrutturato e luminoso appare da subito vacillante: il regista prima ancora di scomporre gli ambienti di scena e di spostarne i confini, agisce sulle sonorità, sul fuori quadro dove permangono i rumori del traffico caotico e dai sottili tramezzi della casa entrano le voci e i discorsi dei vicini che intaccano inesorabilmente l’intimità dei due protagonisti. Polanski mette a fuoco la sua visione esistenziale e pessimistica della vita, attraverso la gravidanza di Rosemary simboleggia nel suo frutto l’impossibile alchimia relazionale fra due persone, sottolinea la perdita di sé e il distacco con l’altro. Il nascituro è lo specchio di questa unione indispensabilmente crudele e necessaria per perpetrare il senso del mondo avviato alla deflagrazione, alla supremazia del male assoluto che ne è parte intrinseca. Il regista polacco  alterna  toni  leggeri a punte di tensione psicologica che sfiorano il dettaglio horror, spiazzando lo spettatore e mettendone a prova le sue capacità percettive, le allucinazioni diventano realtà e viceversa, e il finale rivoluzionario ne sarà l’ulteriore conferma. Rosmary’s baby si avvale di un montaggio apparentemente lineare ma che grazie a cambi d’inquadratura fra oggettive e soggettive (esemplare è la ricognizione della coppia che visita per la prima volta la casa) mantiene durante tutta la narrazione una suspance spasmodica e sottile che non può non riportare a Hitchcock, alla ricerca di spiegazioni e di verità fra l’attenzione dello sguardo e il mistero del non visibile. Come nel L’inquilino del terzo piano, la chiave del film è al suo interno, in una casa, in un corpo, in un oggetto, a disposizione della mente umana sempre attratta pericolosamente dalla sua autonoma irrequietezza. Se l’occhio sbarrato di Carol, nel precedente Repulsion chiedeva di aprire i propri orizzonti per non morire, in Rosemary’s baby lo sguardo si restringe per l’impari confronto fra l’individuo propositivo e indifeso (in questo caso totalmente proiettato sul bambino che dovrebbe rappresentare un tassello di riscatto dalla propria condizione) con l’insormontabile orrore del mondo.  

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