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Magic Trip: Ken Kesey's Search for a Kool Place

Regia di Alison Ellwood, Alex Gibney vedi scheda film

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La recensione su Magic Trip: Ken Kesey's Search for a Kool Place

di chinaski
6 stelle

Fra di loro avevano deciso di non parlare della cosa, dell’esperienza, perché ad usare le parole si rischiava di definire e perciò delimitare ciò che non andava rinchiuso in un gabbia di possibili significati che proprio quel tipo di esperienza aveva distrutto. Loro erano Ken Kesey and the Merry Prankesters. L’esperienza era l’acido. E insieme se ne sono andati in giro per gli US of Americaa bordo del magic bus: Further. Al volante c’era Neal Cassady, ormai sui quaranta, fuggito direttamente dalle pagine di Kerouac per arrivare fra quelle ancora non scritte di Kesey, che aveva abbandonato la letteratura dopo solo due romanzi: One Flew Over The Cuckoo’s Nest Sometimes a Great Notion. Cassady, ribattezzato Speed Limit,era perennemente sotto gli effetti delle anfetamine, in preda a infiniti monologhi, rap, talkin’,flussi di coscienza bop, le mani sul volante, il corpo incapace di stare fermo per più di un millesimo di secondo. Cassady era il punto di congiunzione stellare fra la Beat Generatione la successiva ondata contestataria e alternativa della seconda metà dei sixties: gli Hippies

All’inizio di quel decennio l’acido era stato portato negli Statesdalla CIA  (con intenzioni tutt’altro che ammirevoli) ed erano stati organizzati degli esperimenti medici (project MKUltra) su alcuni volontari: Kesey era uno di essi. Dopo nulla era stato più come prima. L’acido non è solamenteuna droga, è uno strumentodi conoscenza. Il fatto che sia stato usato in massa da una generazione non ha certo aiutato la sua corretta diffusione ma qui siamo ancora gli inizi, è qualcosa di nuovo, ancora da scoprire, cosa se ne può fare? Kesey e compagni decidono per un esperimento sociale e psichico più che spirituale (ci avrebbe pensato Leary ad esplorare quell’altra sfera), si imbarcano così sulla loro nave spaziale a motore, la dipingono in maniera psichedelica, la riempiono di strumentazione elettronica e si mettono in viaggio. Suoni, colori, musica, movimento, flussi, tagli, spazio, tempo. Come raccontare tutto questo? Come catturarlo con qualcosa che non siano le parole? Si domanda Kesey e il cinema sembra essere la risposta, l’unico mezzo capace di mostrare l’esperienza senza parlarne. E allora si iniziano a girare ore e ore di pellicola, in maniera amatoriale, senza nessuna regola, perché Hollywood è da un’altra parte e ci avrebbero pensato in seguito Corman (The Trip) e Hopper a inserire l’acido nel circuito commerciale per poi cambiarlo per sempre (Easy riderè stato uno dei film che hanno aperto le porte alla New Hollywood).

In questo documentario Alison Ellwood e Alex Gibney hanno cercato di rimettere insieme pezzi di quell’enorme archivio di immagini girate dai Pranksters, che poi nessuno aveva più montato e che come il magic buserano finite in un magazzino a riempirsi di polvere fino al punto di essere quasi dimenticate. Rivivono così tutti i personaggi e le tappe di quel viaggio, i momenti cruciali, la giovinezza, la libertà, il desiderio di rompere regole e codici e norme sociali. Tutti quegli episodi che sono presenti anche in un’altra opera: The Electric Kool-Aid Acid Testdi Tom Wolfe che, a differenza di Kesey, è riuscito invece a trovare il giusto modo per descrivere la cosain un romanzo poliedrico, con uno stile unico, quel misto di cronaca e finzione, sperimentazione letteraria e controllato delirio lessicale che prende il nome di gonzo journalism, una interzona di scrittura e pensiero alterato, dove anche Hunter S. Thompson ci porterà più tardi, per mostrarci la fine dell’utopia lisergica con il suo Fear and Loathing in Las Vegas.

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