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La signora Skeffington

Regia di Vincent Sherman vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La signora Skeffington

di darkglobe
7 stelle

Film in cui la recitazione della Davis raggiunge il culmine

I fratelli Julius J. e Philip G. Epstein, grandi adattatori di opere teatrali, verso il finire della propria carriera realizzarono una notevole tripletta di sceneggiature, sfornando quelle per Casablanca, La signora Skeffington (tratta dall’omonimo romanzo inglese di Elizabeth von Arnim) ed Arsenico e vecchi merletti.

La signora Skeffington, gran melodrammone hollwoodiano, fu una delle prime opere che la Warner affidò, su pressione della Davis, a Vincent Sherman, regista che finì sempre più spesso per dirigere lavori imperniati su figure femminili dominanti.
Per il ruolo della protagonista la casa produttrice aveva inizialmente pensato a Irene Dunne, salvo poi approdare alla Davis, nonostante quest’ultima avesse manifestato una certa perplessità nel dover impersonare nel corso del film una cinquantenne ridotta in pezzi.

La sceneggiatura fu rimaneggiata in più parti per le opposizioni dell'OWI alla rappresentazione assai cinica dello strisciante antisemitismo statunitense, tema che inevitabilmente permeava l’intera vicenda familiare e di cui restano chiare tracce nel film.

La signora Skeffington narra la storia di una bella aristocratica, Fanny Trellis (Bette Davis), la quale, pur avendo uno stuolo di uomini al seguito, per salvare il suo amato fratello Trippy (Richard Waring) - Filippo nel doppiaggio italiano - dall'accusa di frode, sposa per interesse un uomo d’affari di mezza età, l’ebreo Job Skeffington (Claude Rains), di cui il fratello era dipendente prima del licenziamento. Trippy però, disgustato, si arruola in guerra come aviatore e dopo un po' di tempo muore. Fanny ne attribuisce tutte le colpe al marito, allontanandosi da lui e concedendosi ad altri pretendenti che fino ad allora aveva sempre accolto vanitosamente in casa ma di cui aveva respinto le avance; il marito non è da meno con le segretarie, tanto che la coppia finisce per separarsi.

Job, preso atto della situazione, vola in Europa, lasciando alla moglie metà dei suoi averi, con la figlia Fanny Rachel che preferisce andar via col padre, mentre Fanny, ormai libera, ritorna alla sua vita mondana, riuscendo ancora ad attrarre giovani pretendenti.
Un giorno la figlia si ripresenta da lei ormai cresciuta (ruolo ricoperto da Marjorie Riordan) e uno degli spasimanti di Fanny sembra preferirla alla madre, primo amaro segnale dell'ineluttabilità del trascorrere del tempo.
Fanny e Job, per opera del fedele cugino di lei, George Trellis (Walter Abel), finiranno per reincontrerarsi dopo anni, lei devastata fisicamente da una inaspettata difterite, lui, al quale i nazisti hanno sottratto ogni bene, fuggito da un campo di concentramento e diventato ormai cieco.

In questo dramma familiare storicamente collocato a cavallo delle due guerre, caratterizzato da una certa intensità emotiva, ma anche zeppo di toni umoristici che non fanno quasi mai deragliare il film nel sentimentalismo piagnucoloso, la recitazione della Davis raggiunge il culmine della propria carriera. L'attrice deve sostenere infatti per l’intero film le vanità di un personaggio femminile tanto effimero quanto incentrato su di sé fino a rasentare il cinismo ed il cui aspetto fisico evolve dalle boccolute sembianze di una giovane donna, agli sfarzosi ed impellicciati appesantimenti estetici della moglie di un ricco finanziere, all’ammiccante immagine di tentatrice che si dona a giovani amanti, fino alla terribile maschera esteticamente irriconoscibile e fisicamente devastata da tempo e difterite. Memorabile la festa in cui Fanny, pienamente guarita, invita tutti i suoi ex pretendenti, prendendo dolorosamente atto, dai loro sguardi allibiti, dell'irreversibilità della propria trasfigurazione.

Al dramma della storia di un amore non corrisposto all'interno di una delicata situazione razziale, si accompagna dunque il tema universale della bellezza che tende a sfiorire col passare degli anni, contro cui nulla può l’inesauribile vanità della protagonista che, complice la propria malattia, arriva solo in tarda età a comprendere come la bellezza trascenda l’aspetto fisico e si alimenti essenzialmente dell’amore nutrito dal proprio compagno. Claude Rains riesce a reggere la parte nonostante gli evidenti straripamenti della Davis, in un ruolo ovviamente subordinato ma convincente, per senso di umanità, tolleranza e sano realismo nella tragica consapevolezza di aver contratto un matrimonio senza alcun trasporto emotivo da parte della consorte: eppure l'amore nutrito per la donna gli fa accettare tutto questo. Molto bravo anche Walter Abel, spalla riuscitissima.

Il finale recitato con toni esasperatamente melodrammatici rovina in parte il buono che c’è in questa storia molto ben costruita che supera abbondantemente le due ore. Nonostante l’eccellente doppiaggio italiano varrebbe la pena di vedere il film in lingua originale per apprezzare le doti recitative della Davis.

Fotografia sfavillante, al punto che sembra quasi di assistere ad un film a colori, con abbondanza di piani medi. Musiche pompose e fin troppo austere di Franz Waxman.
Entrambi gli attori protagonisti ricevettero una nomination all'Oscar.

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