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Spider-Man: Homecoming

Regia di Jon Watts vedi scheda film

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La recensione su Spider-Man: Homecoming

di M Valdemar
4 stelle

 

locandina

Spider-Man: Homecoming (2017): locandina

 



Da grande marvelizzazione deriva grande normalità.

Banale. Seriale. L'inserimento nel famigerato MCU – già anticipato in Captain America: Civil War – dell'amichevole (nonché pluri-ritornante) Spider-Man di quartiere si traduce in una mera penetrazione consensuale nei territori strabattuti degli Avengers e (accoglienti) dintorni.
Con la macchietta Tony Stark a fungere da collante/vaselina.
Ma in ottica teen. Spinta.
E dunque. Scongiurati – tratta(va)si di scelta obbligata, comunque, a questo punto – gli oramai consunti dispositivi della origin story, il “rientro” a casa Disney/Marvel (in combutta con Sony, detentrice dei diritti) – dopo l'inguardabile doppietta diretta da Marc Webb (che pure aveva non pochi estimatori, ora estinti come cerini sotto l'acqua) –, partito con una intro dedicata all'esplicazione delle “motivazioni” (supericiali) del villain interpretato da Michael Keaton entra immediatamente nell'universo a dimensioni di adolescente americano iper-caratterizzato e continuamente ammiccante del giovine Peter Parker.
Così, tra un (mille) «che figata!» e altre esclamazioni di giubilo tipiche dell'età, unite a un costante sovradosaggio di un entusiasmo costruito tendente all'irritante, la discesa in campo del «bimbo ragno» è un racconto (falsissimo) in prima persona tramite filmato amatoriale degli eventi narrati in Civil War che lo vedevano in azione.
L'ammicco è presenza permanente, e mood inseguito e voluto (le sequenze con Spider-Man in azione musicate dalla hit Blitzkrieg Bop dei Ramones sono emblematiche); e, d'altronde, mentre le parentesi “genitoriali” con Tony Stark/Iron Man forniscono il frullato di tematiche “serie” (responsabilità, identità, autocoscienza, rispetto), l'ambientazione da high school movie è un catalizzatore di cliché dal rassicurante, noto andazzo.

Tom Holland, Jacob Batalon

Spider-Man: Homecoming (2017): Tom Holland, Jacob Batalon

Michael Keaton

Spider-Man: Homecoming (2017): Michael Keaton

Zendaya

Spider-Man: Homecoming (2017): Zendaya


Tra l'amorazzo irraggiungibile e il simpatico amicone-spalla (in quota “esotica”), insegnanti stolidi e compagni-rivali odiosi, presenze familiari di contorno e pietanze “misteriose” (la teen idol Zendaya che fa la bruttina-intellettuale-solitaria non ci si crede manco per una nanosecondo), il canovaccio copre un po' tutte le situazioni intuibili e puntualmente in scena.
L'umorismo marveliano tipico trova pertanto una sua naturale collocazione (insomma, per quindicenni svogliati può avere un senso), nel definire personaggio (invero fastidioso; non contribuisce a suo favore certo il costume mille-funzioni e “parlante” in stile Iron Man) e contesto e narrazione; la quale – nient'affatto esente da pecche di sorta (i due criminali che entrano e s'aggirano indisturbati a scuola; Stark che, sapendo delle armi aliene chiama l'FBI (?!?), per non dire dell'incredibile twist riguardante l'attraente spasimante – accumula convenzionale elementi e meccanismi, unicamente concentrata nel dotare il protagonista di un'aura divertente ed empatica.
Si son messi in sei-menti-sei, eh.
Convenzionale e istituzionalizzata ugualmente la direzione (di Jon Watts … come si giunge a certe scelte?): la sola sequenza degna di (minima) menzione è quella dell'ascensore al Washington Monument, mentre quella del battello ricorda il salvataggio estremo nel treno lanciato a folle velocità in Spider-Man 2 di Sam Raimi.
Non ne vale manco un'unghia incarnita e fetida, ça va sans dire.
Il vorticare “gioioso” di Peter Parker è un affare che sta tra la replica (in loop, per di più) e l'uso “corretto” dei mezzi tecnologici a disposizione, la lotta sull'aereo delle Stark Industries (dirottato in due secondi e mezzo netti!) è confusionaria e concitata, e la sua caduta, ovviamente, in zona deserta così non può nuocere a chicchessia.
Un buonismo che, per carità, è marchio di fabbrica e pure comprensibile, per certi versi, ma che qui copre ogni possibile settore e che caratterizza, altresì, l'immancabile scelta/test della maturità.
Due palle.
Come le fa venire il trattamento riservato a Marisuccia Tomei, perlopiù ignorata e dolorosamente superflua, mentre Michael Keaton (che, a proposito, comprende tra un semaforo e l'altro l'identità del supereroe mentre tutt'attorno brillano per una stupidità quasi commovente) non solo si pappa facilmente il poppante, sgallettante Tom Holland (più antipatico lui o il suo Peter?) ma sembra di scorgere in lui un po' l'aria triste e rassegnata di chi si rammenta di ben altre opere a tema.

Belli i titoli di coda animati (accompagnati sempre da Blitzkrieg Bop) a cui seguono le attese (si fa per dire) scene-post: una più inutile dell'altra, per dire (e Captain America che ironizza/sbeffeggia sulla pazienza è simpatico quanto un party di brufoli sui testicoli).
Un Homecoming dimenticabilissimo.

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