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I figli della violenza

Regia di Luis Buñuel vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su I figli della violenza

di passo8mmridotto
8 stelle

Finalmente visto "Un chien andalou" (Un cane andaluso,1929) un vero concentrato di violenza venata di sangue e di becero surrealismo, decido che dei 17 minuti (tanta è la durata del film) salverò soltanto la scena delle carcasse dei due asini morti e dei due preti, contenuti e trasportati all'interno di due pianoforti. La scena viene immediatamente dopo la visione di due seni nudi (in dissolvenza) e prima della fuga della ragazza vittima di un tentativo di stupro.

Il film è dunque una violenza assoluta contro una realtà, sia essa sociale, morale o psichica, che della stessa violenza si nutre.

Bunuel è ossessionato da questo stereotipo di realtà, che ritroviamo in "Las Hurdes" (1933), prima che il regista entrasse in un periodo di inazione, causa il suo spirito di indipendenza che lo terrà lontano dalla produzione industriale. La sua "resistenza" durerà sino al 1946, quando riappare sullo schermo con "Gran Casino", seguito, nel 1949, da "El gran calavera". Due film decisamente di consumo popolare, che non piacciono al pubblico, e tanto meno al regista, sempre più ansioso di tornare alla sua vena sovversiva-anarchico-surrealista.

Un anno dopo, esce "Los olvidados" (i dimenticati) più noto come "I figli della violenza".

Presentato al Festival del Cinema di Cannes nel 1951, il film suscita grande interesse ma anche feroci polemiche, forse per l'eccessiva violenza tra i ragazzi sbandati che sopravvivono ai margini della metropoli Città del Messico, stereotipo di tutte le grandi città del mondo.

In quella occasione, Bunuel dichiara che tutte le storie narrate nel suo film sono "vere", "basate interamente su fatti reali" e ricavate dagli archivi di un riformatorio di Città del Messico.

Le storie di Pedro (Alfonso Mejja) e di Jaibo (Roberto Cobo) risentono, positivamente, di quell' "amore per l'istintivo e l'irrazionale" dichiarato da Bunuel, che aveva improntato di se la precedente attività surrealista, partita proprio da "Un chien andalou" e proseguita in "L'age d'or" (1930).

Jaibo, a capo di una banda di teppisti che semina il terrore nelle periferie, rapina e picchia selvaggiamente un mendicante cieco: diverrà la sua "anima nera".

Pedro, di carattere più mite, viene suo malgrado coinvolto nelle scorribande del gruppo. Cerca di non subire il carisma negativo di Jaibo, che comunque riesce ad entrare nelle grazie della madre, una donna ancora piacente e per giunta vedova. Jabo capisce che la donna è assetata d'amore, la seduce e la sottomette ai suoi voleri.

La vita di Pedro appare continuamente in bilico, vuole lasciare la banda, e riesce anche a trovare lavoro in un negozio, ma Jaibo non gli da tregua, fino a che Pedro ruba un coltello: viene arrestato e avviato al riformatorio.

Visto il suo comportamento, ottiene un permesso per tornare in famiglia, ma durante il tragitto incontra Jaibo, che lo deruba e poi, in preda a follia omicida, lo ammazza.

Quì riappare l" anima nera", il mendicante cieco, che si trova nei paraggi, intuisce quanto succede e chiama la polizia. Jaibo oppone una furibonda resistenza, fino a quando viene abbattuto e muore.

Tutto ciò Bunuel lo rende fruibile a una condizione: che lo spettatore accetti, con la giusta dose di lucido distacco, la crudeltà, magari intollerabile, del nonno di Jaibo che per non essere coinvolto nelle indagini, depone il corpo di Pedro in un sacco e lo getta in uno scarico di immondizie.

Di difficile digeribilità appare anche la sequenza del ritorno a casa di Pedro dal riformatorio, assorto nel pensiero che sta per incontrare la madre, quella madre che si era concessa sessualmente a Jaibo e che gli aveva procurato incubi, presagi di morte.

Ossessiva e crudele è pure l'ultima immagine di Jaibo prima di morire: in sottofondo la sua voce sussurra "Sono solo. Solo", mentre in sovraimpressione appare un cane randagio, "il cane rognoso". Il fotogramma si ferma sul volto immobile di Jaibo, gli occhi aperti rivolti al cielo.

Si è consumato l'orrore dentro la quotidianità, le storie di Pedro e di Jaibo sfumano, si dissolvono nell'alibi eterno che la degradazione sia solo frutto della miseria, e quindi la colpa è imputabile soltanto a una società divenuta indifferente e cinica. 

 

 

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