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In compagnia dei lupi

Regia di Neil Jordan vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su In compagnia dei lupi

di alan smithee
8 stelle

Tra sogno e favola, un viaggio incalzante nel tempo e nella fantasia, per far rivivere - aggiornati su toni ed atmosfere gotiche, se non decisamente horror - i tratti più suggestivi della favola più celebre e ricorrente nel mondo dell'infanzia: Cappuccetto Rosso.

Il fascino gotico della favola si mischia con l’irrazionalità fantasiosa e sospesa del sogno, ove tutto è permesso, senza sottostare a logiche o regole inflessibili della fisica o della razionalità più spiccia: da questa intrigante commistione Neil Jordan trae il fantasy-horror che lo renderà celebre e lo lancerà nell’olimpo dei registi più stimati, almeno nel successivo ventennio: “In compagnia dei lupi” appunto, che rimarrà celebre per alcune scene forti ed indimenticabili (la mutazione da uomo a lupo con l’animale che esce fuori dalla bocca come si trattasse di un singolare e malefico parto, momento suggestivo ampiamente anticipato dalla locandina, e la scena della testa mozzata in seguito alla zampata del lupo, che va a cadere nella tinozza del latte, colorandolo di un rosa tenue non meno allarmante ed impressionante del rosso fuoco che colora il sangue e le viscere).

Durante gli anni ’80 sono i lupi sono stati celebrati in più occasioni sia in horror epocali (Un lupo mannaro americano a Londra, uno dei capolavori di John Landis, con effetti per quei tempi straordinari a cura di Rick Baker, ma pure nell’ingiustamente sottovalutato Unico indizio la luna piena, tratto da King e con effetti speciali a cura del nostro Carlo Rambaldi) che pure in commedie giovanilistiche (qualcuno ricorderà almeno Michael J. Fox nel lieve e scanzonato Voglia di vincere).

Il film di Jordan, ispirato ad un racconto di Angela Carter inserito nella raccolta “La camera di sangue”, ci fa entrare, in pieni anni ’80,  nei sogni della giovane Rosaleen, a cui piace in effetti abbandonarsi nel suo letto e farsi catturare dai viaggi avventurosi ed orrorifici che escono dalla propria fantasiosa mente: in tal modo la ragazza assiste alla morte di sua sorella, in un passato cupo e dominato dalla paura, presso un villaggio ai limiti di un bosco infestato da lupi assassini e famelici.

Per questo motivo la ragazza (sempre nel sogno) viene dai genitori affidata alle cure della scaltra e dinamica nonna (è la grande Angela Lansbury, sempre uguale a sé stessa nonostante i decenni che le scorrono innanzi), che a sua volta la intrattiene insegnandole i segreti per sopravvivere al bosco, il modo in cui riconoscere i lupi mannari quando appaiono in vesti umane (“diffida di chi porta le sopracciglia unite in un unico tratto sulla fronte!!”), ed intrattenendola con il racconto di altre storie, ambientate in epoche storiche differenti, per quanto non chiaramente precisate.

Ecco dunque che, prima di rivisitare la favola di Cappuccetto Rosso, il film si arricchisce di storie che entrano nel sogno principale, dando vita ad una storia effettivamente un po’ lambiccata, ma anche molto accattivante.

Gli effetti speciali meccanici, a cura di un non notissimo Alan Whibley, sono in effetti notevoli, soprattutto rapportati ai tempi in cui il film uscì nelle sale (in Italia ricordo che ebbe una distribuzione purtroppo già all’epoca molto frammentaria), e le scene della trasformazione-metamorfosi uomo lupo sono divenute cult, per quanto in certi momenti, specie se riviste oggi, epoca di perfezione tecnologica che ci ha inevitabilmente innalzato il livello emozionale a limiti sin troppo arditi, si sfiori il grottesco.

Il film, che rimescola con una certa disinvoltura e sfacciataggine certi capi saldi della favola di Charles Perrault, senza peraltro dimenticare di rappresentarne i tratti (pure le esclamazioni “Che mani grandi hai! O Che occhi grandi hai” vengono riportate, anche se la nonnina è già stata eliminata in modo ancor più cruento che nella storia originale dal lupo, e già diverso tempo prima, e la ragazza è ben conscia di trovarsi di fronte ad un fascinoso e conturbante lupo mannaro, non certo di fronte alla sua anziana parente) è comunque piacevole e ben diretto, suggestivo nella ricostruzione del bosco e dei misteri che in esso si celano. Immancabile la presenza di Stephen Rea, attore feticcio di Jordan, mentre tra gli attori non accreditati, il fascinoso Terence Stamp appare in un cameo opportunamente calato nei panni del diavolo in carrozza.

 

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