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Famiglia all'improvviso

Regia di Hugo Gélin vedi scheda film

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La recensione su Famiglia all'improvviso

di M Valdemar
5 stelle

 

locandina

Famiglia all'improvviso (2016): locandina

 

 

ll film che manca.
No, non quello che la sciocca traduzione italiana suggerisce (Famiglia all'improvviso - Istruzioni non incluse in luogo di Demain tout commence, il cui significato viene esplicitato nel finale), bensì l'altro: ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato.
Appiattiti in pochi secondi, assemblati da un montaggio iperveloce e confusionario (contenente peraltro pezzettini già proposti nel trailer stesso), che disinnesca ogni opportuna possibilità di assimilazione ed empatia: ovvero, i piccoli grandi passi e l'evoluzione del rapporto padre-figlia, la sua crescita.
E tutto il suo bello; solo raccontato per sommi capi e dato per scontato, dopo.
Si passa, rapidamente, quindi, dalla fase iniziale che presenta la vita caotica e le gesta da irresponsabile dell'uomo/bambino(ne) Samuel, interpretato da Omar Sy, trovatosi all'improvviso investito da eventi “traumatici” – di quelli che cambiano il corso dell'esistenza (alla scoperta della paternità si aggiunge il doversene prendere cura in quanto la madre fugge via ...) –, a un presente otto anni avanti nel quale le cose sembrano stagnare in una quieta felicità e spensieratezza.
Tolto quello che c'è in mezzo, s'assiste a un quadretto familiare sui generis, dentro al quale l'ambientazione londinese, il buffo “surrogato” materno (un omosessuale ovviamente adorabile) e l'inconsueta occupazione del genitore (è uno stuntman apprezzato e spericolato), forniscono le coordinate della componente commedia: ma senza grossi sussulti, che non siano peraltro legati alle indubbie verve e carineria del duo o alla carica di immaturità & amorevolezza di Samuel, il quale non conosce la lingua, trascura l'importanza dell'educazione scolastica ma costruisce per la figlia un universo giocoso e gioioso ideale (anche mentendole, “a fin di bene”).
Un universo che non sembra giungere ad alcunché, finché, programmatico, saturo e forzato, il crescendo di drammaticità inesorabile sposta senso e logiche. Dal ritorno della madre, Kristin, le cui conseguenze prima portano a una battaglia legale in stile Kramer contro Kramer e in seguito a rivelazioni francamente esagerate e non esattamente accettabili.
Modi, toni ed eccessi (si paventa una malattia terminale …) – anche nel dilungamento narrativo (ben due ore di durata) e nella reiterazione di schemi e dinamiche nonché nella piattezza dei caratteri tutti (la stronzaggine di Kristin, per quanto ben incarnata da Clemence Poesy, è d'un manicheo e d'un semplicistico assai poco digeribili; il rapporto padre-figlia, d'altro canto, non si evolve preferendo la facciata e le trovate) – che s'accatastano pretestuosi e presuntuosi per darsi un tono ma che, in realtà, sconfinano in una deriva da soap opera.

Il “clamoroso” twist (e disgrazia luttuosa) sul finale, e la “poeticità” retorica della morale conclusiva (si ritorna al significato del titolo originale, e al compimento della maturazione) affossano un'opera priva di sfumature e contrappesi; e del quale, a conti fatti, non rimangono che sporadici momenti divertenti e la simpatia di Omar Sy e della piccola Gloria Colston.


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