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Marguerite

Regia di Xavier Giannoli vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Marguerite

di laulilla
7 stelle

Film del regista francese Xavier Giannoli, ispirato alla storia del soprano americano Florence Foster Jenkins, vissuta negli Stati Uniti negli anni ’30 del ‘900.

 

 

Era arrivato direttamente dal festival di Venezia del 2015, questo film bello e tragico in cui il regista Xavier Giannoli, nel raccontare la vita dello stonatissimo soprano Marguerite Dumont, tanto appassionata, quanto inadeguata interprete di musica operistica, ricostruisce con intelligenza ed eleganza anche la storia della società parigina nel difficilissimo dopoguerra degli anni ’20.

Un matrimonio aveva unito la ricchissima Marguerite al nobile spiantato Georges Dumont: ne era nato un rapporto molto sbilanciato: a lui interessavano esclusivamente i soldi, le donne e i motori (siamo all’inizio dell’uso dell’automobile); a lei, romantica sognatrice, interessava solo lui. Non corrisposta nell’amore, la poveretta sublimò freudianamente tutta la sua passione frustrata dedicandosi alla musica e al canto delle più famose arie operistiche, senza rendersi conto delle proprie limitatissime risorse vocali. 

 

I concerti nella signorile casa Dumont, nella campagna parigina, erano tenuti da ottimi musicisti e da bravissimi cantanti professionisti, ma si concludevano invariabilmente con l’ esibizione di Marguerite, né la sciagurata si accontentava di interpretare canzoncine senza pretese: si cimentava, al contrario, con candida incoscienza, nelle arie più impegnative (ahimé, persino la Regina della Notte)atrocemente massacrandole con stecche e acuti fuori controllo. Eppure, poiché questi spettacoli, tutti a scopo benefico, costituivano le sole occasioni mondane del luogo, la buona borghesia dei dintorni accorreva in massa, plaudente e festante, e a lei, padrona di casa e ospite squisita, riservava gli applausi più scroscianti e le più smaccate adulazioni.

 

Questa situazione si sarebbe ripetuta ancora per molto tempo se due finti giornalisti pronti a incensarla, un po’ goliardi, e un po’ aspiranti artisti dada, non le avessero proposto di partecipare a uno spettacolo teatrale, scritto da loro, violentemente antibellicista.

Essi contavano su un suo finanziamento generoso (che infatti avvenne) e sul fatto che quella sua voce, priva di intonazione musicale e di grazia, fosse la più adatta a beffare la retorica trionfalistica del dopoguerra vittorioso: sarebbe stato sufficiente farle cantare la Marsigliese alla fine della pièce. 

Il putiferio che ne seguì, infatti, fu enorme e indusse i buoni borghesi scandalizzati ad allontanarsi per sempre dalla sua casa, mentre i due intendevano, ulteriormente lusingandola e ingannandola, aprirle ben altre prospettive: un vero pubblico e un vero teatro a Parigi, ricchissima di vivaci fermenti culturali.

Il film, che si era avviato raccontando gli aspetti comici e grotteschi della storia di Marguerite, incapace di prendere coscienza della sua voce terribile, segue ora con pietosa partecipazione la deriva drammatica della sua vita alimentata dalla menzogna, dalla quale era impossibile farla uscire, essendo il sogno e l’illusione, non la realtà, la dimensione nella quale essa intendeva continuare a vivere, nella speranza che finalmente anche il marito, troppo spesso assente, si accorgesse di lei, del suo valore e, naturalmente, del suo amore.

 

 

 

 

 

Il regista ha saputo costruire il complesso ritratto di una donna sola, ma ha anche evitato ogni facile manicheismo: Marguerite è troppo ostile al “vero” per essere l’eroina positiva della tragedia inevitabile, mentre gli altri personaggi, dal marito a quelli che hanno approfittato del suo disperato bisogno di ammirazione e di affetto, sono troppo umani per non provare per lei almeno un po’ di commossa e sincera pietà che, infine, parzialmente li riscatterà. Il finale, giustamente “mélo”, è sottolineato dalle note struggenti dell’Addio al passato dalla Traviata, mai così opportunamente richiamata alla nostra memoria. Grandissima interpretazione di Catherine Frot, che ha conteso, con pieno merito, la coppa Volpi a Valeria Golino.

 

La voce infelice e priva di grazia della Jenkins si può ascoltare Qui 

 

 

 

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