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Arriva Sabata!...

Regia di Tullio De Micheli vedi scheda film

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La recensione su Arriva Sabata!...

di scapigliato
8 stelle

Un film perfetto. Due banditi “fraterni” s’incrociano con un furbastro tanto bellino a cui non si può dire di no, che farà il terzo incomodo. Dietro ai tre c’è un vecchio signorotto locale che vuole il loro bottino. Si ritroveranno tutti e quattro allo scontro finale. Ma in “Arriva Sabata!”, film di produzione spagnola diretto dall’argentino Demicheli con il titolo originale di “Reza Por Tu Alma... Y Muere”, c’è molto di più. Prima di tutto gli attori. Riuniti tutti e tre per la prima ed unica volta, Anthony Steffen, Peter Lee Lawrence ed Eduardo Fajardo. Mentre Steffen e Fajardo avrebbero poi lavorato in ben 13 film, spaghetti-western e non, la coppia Steffen-Lawrence si è purtroppo incrociata solo due volte anche se contigue. “Garringo” è infatti del 1969, mentre questo “Sabata” è del ’70. I tre sono alcuni dei volti più conosciuti e amati del genere. Chi scrive ama incondizionatamente sia Steffen che Lawrence. Il regista poi, non lesina affatto nel riprenderli tutti e tre in pose fotografiche, o almeno a coppie, proprio per riconoscere al film, diretto davvero bene con una continua attenzione per l’inquadratura e per la suggestione visiva dell’iconografia e del mito, l’importanza che ha. Inquadrature tagliate con guizzo affascinante, primi piani solidi da poster, piani totali che restituiscono il gioco iconografico del diorama e di uomini buttati lì sul palco del teatro del West.
Ma i tre attori sono pure portatori sani di un loro background peculiare che contribuisce a dare ai loro personaggi la spinta giusta per renderli immortali. “Arriva Sabata!” infatti, non solo è migliore di “Garringo” (e lo dico a malincuore), ma è uno dei nostri western migliori e più riusciti. Sia per l’apporto degli attori, sia per la regia ispirata, sia per una serie di intuizioni narrative che giocano con il genere. Gli attori di loro portano mestiere, maschera e background. Con il Mangosta di Fajardo si perpetua il Tuco di Wallach, anzi, ne è l’epigono migliore. Caratterizzato più da pirata o da Saladino, con un look al Moro dell’Otello scespiriano, è una caratterizzazione forte, gigionesca, sopra le righe e mai stanca. Peter Lee Lawrence, più affascinante del solito, veste più i panni di un gangster anni ’30 che di un gambler quale potrebbe essere. Avvezzo al gioco delle carte e alla sconfitta permanente, Lawrence porta con sè tutta la sua bellezza e la sua autodistruzione, e propone il personaggio biondino e bellino e furbino che sarà poi la furtuna di Terence Hill. Va infatti detto che “Arriva Sabata!” esce nei cinema italiani il 29 settembre del 1970, mentre il film di Barboni su “Trinità” con Spencer e Hill uscirà a dicembre dello stesso anno. In anticipo sui tempi, anche se forse già si sentiva il cambiamento nell’aria e credo comunque che i due film possano essersi mutuati in sede di lavorazione, il film di Demicheli è tra i primi a portare nel West uno slancio brillante non fine a sè stesso, come nei film comici di ambientazione western, che sono una cosa, ma porta proprio elementi peculiari di una commedia western. Anthony Steffen invece fa quello che sa fare meglio ovvero il laconico e burbero pistolero dai mille segreti e dall’unica faccia, un po’ alla Clint un po’ alla Franco Nero di “Django”. Porta quindi nel film tutta la tragedia che i suoi ruoli più drammatici avevano a loro volta portato nel West. Ma il gioco dei ruoli non finisce qui. Infatti l’arrivo di Lawrence è un arrivo dalla valenza sensuale. Bello e giovane, il biondino si insinua nella coppia matura di Steffen e Fajardo, rubando il posto di quest’ultimo dal cuore di Steffen, ovvero Sabata. Questo triangolo latentemente omosessuale, ma quasi in definitiva naturalmente virile, si scardina ancora di più quando è palese il gioco a fregarsi l’uno con l’altro e soprattutto nell’arrivo di un nuovo elemento disturbante: la sorella di Sabata. Per lui, lei è l’unica ragione di vita e forse, anche se non è stato approfondito, nel suo affetto fraterno si cela anche qualcosa di più morboso. Per Lawrence invece la bella Patrizia è una ragazza da amare, o da possedere, o anche da fregare. Ecco che alla nuova coppia maschia s’intromette l’elemento etero che deflagra tutto ulteriormente, ma stavolta irrimediabilmente. I legami si sono sfilati, le certezze e gli affetti inclinati seppur perpetuamente paventati dietro i sorrisi e le attenzioni sentimentali. In definitiva, anche solo i tre personaggi e i loro tre interpreti fanno di “Arriva Sabata!” un film spettacolare. Caratterialmente e “mascheramente” spettacolare.
Ma il gioco con il genere resta poi l’altro punto di forza del film. Scritto dallo stesso regista che già aveva scritto per Sollima “La Resa dei Conti”, e che lavorerà ancora con Steffen nel loro western successivo “Tequila!” del ’73, il film parte in quinta, è proprio il caso di dirlo, con una bizzarria tutta italiana: c’è un’automobile nel West! La novità più clamorosa è che, durante l’improbabile inseguimento tra cavalli e macchina all’interno circoscritto del villaggio western, le riprese sono fatte anche dalla macchina. Questo permette di vedere in una prospettiva nuova ed originale il decorado del villaggio. Soliti a vederlo passare a passo di cavallo o di uomo a piedi, vederlo invece a velocità sostenuta fa un effetto strano ma simpatico. Un effetto che resta per tutta la durata del film. Infatti “Arriva Sabata!” è il tipico western picaresco. Questa definizione credo che si confaccia meglio di altre a quei western, non propriamente brillanti quindi non vere e proprie e dichiarate commedie, in cui però l’animo picaresco non solo è evidente nella modulazione narrativa, ma anche nel registro sì scanzonato e sì irriverente, ma non necessariamente comico, leggero o farsesco. La tradizione picaresca non è comunque una prerogativa della cultura spagnola. L’Italia stessa seguì il filone picaresco anche in letteratura, ma essendo in Italia si dava più voce e visibilità ad altre opere più ridondanti e più allineate con la cultura dominante. Invece, lo spirito italiano è tipicamente pícaro, perchè dei pícaros spagnoli siamo veri e propri fratelli. Ecco che nel dosaggio dei moduli “erranti” troviamo nel film di Demicheli sì la gogliardia picaresca, che però non pesta i piedi ai momenti di western duro e puro e dalle sfumature drammatiche che del film sono i momenti più belli e indimenticabili. La sparatoria fuori dalla miniera, i duelli verbali tra i tre maschi in odore di menage a trois e la resa dei conti finale tragicamente affidata al viso triste di pietra di Anthony Steffen, sono i momenti più alti di un film che va considerato per quello che è: un bel gioco di caratteri, diretto con interesse e confezionato alla fine con straordinario appeal.

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