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Maps to the Stars

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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La recensione su Maps to the Stars

di cheftony
6 stelle

Contrariamente alla facile caratterizzazione della critica, non ha un nocciolo satirico nel suo corpo elegiaco, incasinato, isterico. Vi ho fornito la situazione come la vedo, come l'ho vista e come l'ho vissuta. «Maps to the stars» è la saga di un'attrice condannata, perseguitata dallo spettro della sua leggendaria madre; di un bimbo famoso rovinato dalla celebrità precoce, caduto preda della dipendenza e dell'allucinazione; della mutilazione, reale e metaforica, talvolta causata dalla fama e da ciò che l'accompagna.” [Bruce Wagner]

 

Robert Pattinson

Maps to the Stars (2014): Robert Pattinson

 

Hollywood, Los Angeles: Agatha (Mia Wasikowska) è una ragazza appena arrivata via autobus nel tempio del cinema americano, ma non è affatto un'attrice o aspirante tale; porta lunghi guanti neri e una cicatrice sul lato sinistro del volto, evidentemente frutto di una grave ustione.

Jerome (Robert Pattinson) è uno sceneggiatore in erba, forse giusto un po' velleitario poiché sbarca il lunario facendo l'autista di limousine ed è lui a scortare Agatha fino alla sua destinazione, ovvero la casa d'infanzia di Benjie Weiss (Evan Bird).

Benjie è un ragazzino prodigio del cinema, già affermata e capricciosa star con problemi di tossicodipendenza regolati dall'appena terminato periodo in rehab. Sua madre Cristina (Olivia Williams) gli fa da manager, mentre suo padre Stafford (John Cusack) è una sorta di psicologo e fisioterapista specializzato nel curare star hollywoodiane annoiate e paranoiche.

Una delle sue migliori clienti è l'attrice Havana Segrand (Julianne Moore), figlia d'arte di una defunta madre troppo ingombrante; una figura ritenuta spietata e persecutoria, che tenta vanamente di esorcizzare implorando agente e produttori per avere lo stesso ruolo cinematografico interpretato dalla madre in un remake di un suo vecchio film, Stolen Waters”.

Mentre gli attori Havana e Benjie sperimentano inquietanti visioni che turbano la loro già compromessa psiche, Agatha ha stretto una relazione con Jerome ed è diventata l'assistente personale della Segrand. Ma l'elemento avulso dal contesto non sta banalmente cercando di inserirsi in un ambiente glamour che non le appartiene, bensì ha ottimi motivi per irrompere nelle vite di questa sguaiata e grottesca accozzaglia di vacui esseri umani…

 

Non è solo una satira, non è solo una commedia nera, non parla solo di Hollywood: gli autori si sono sperticati il più possibile per darlo ad intendere, ma il messaggio è arrivato davvero? E – soprattutto – cos'è allora “Maps to the stars”?

L'ultima fatica di David Cronenberg è figlia di una sceneggiatura redatta oltre vent'anni fa da Bruce Wagner, che al tempo si divideva tra le professioni di autista e sceneggiatore e di cui Pattinson incarna evidentemente l'alter ego. C'è stato chi, dicendo che il suo lavoro svela il lato oscuro e ipocrita dell'industria hollywoodiana, ha pensato di fargli un complimento, col risultato di farlo imbestialire, mancando di considerare il suo rapporto strettamente personale con Beverly Hills (dov'è cresciuto).

 

Julianne Moore

Maps to the Stars (2014): Julianne Moore

 

The thought of an industry satire makes me vomit!” [Bruce Wagner]

 

Sia chiaro da subito: lo script è tanto ridondante di particolari quanto debole; pur espandendolo al di fuori di Hollywood, Maps to the stars” soffre un tema logoro, dei dialoghi poco incisivi, una potenziale carica drammatica soffocata da parossismi e sterili ovvietà.

Cronenberg approccia il lavoro di Wagner definendolo un docudrama, di cui restituisce le atmosfere con una regia anonima, da taluni ritenuta – in maniera anche abbastanza pertinente - volontaria ed atta a scandagliare freddamente i personaggi. Ma cosa aggiunge del suo sacco il maestro canadese? Oppure, meglio: su cosa pone gli accenti, giacché l'amabile David riferisce di aver semplicemente tagliato alcuni elementi dalla sceneggiatura di Wagner? Qualcosa sembra esserci, anche in forma vaga o poco degna della lucidità dell'autore: la deriva della mente, le visioni ossessive dettate dal senso di colpa, i personaggi ingabbiati in ruoli che non vogliono (o non possono) ricoprire, la ragazza ustionata e perciò “mutata”, fattore alienato, impuro e tornato per scatenare un'apocalisse.

Fra i due collaboratori pare sia intercorsa una grande comunione di intenti, ma vi sono due aspetti che sembrano viaggiare su binari paralleli, con medesime caparbietà e fragilità: da un lato i riferimenti a Hollywood restano pesantemente marcati, con tanto di camei e ripresa del celeberrimo simbolo sul Mount Lee (per cui Cronenberg si è ritrovato a girare per la prima volta in vita sua su suolo statunitense), dall'altro funziona con difficoltà il tentativo di sviluppare le varie componenti drammatiche e umane svincolandole dal contesto. Quest'ultima considerazione è mitigata dalla presenza di un cast importante, che in qualche modo conferisce ai protagonisti un quid in più: mi riferisco ovviamente all'impagabile Julianne Moore, pure premiata al Festival di Cannes, ma anche ad una sorprendente Mia Wasikowska, efficace in un ruolo complesso e centrale nell'economia del film.

Maps to the stars” è – in estrema sintesi e a malincuore – un film confuso nella sua resa espressiva. Mi addolora il fatto che potrebbe essere il canto del cigno di Cronenberg (che adoro, ma di cui fatico molto ad apprezzare gli ultimi lavori), che ormai ha 74 anni e da tempo stenta a trovare fondi; persino questo titolo, prevedibilmente mal distribuito negli Stati Uniti e risultato ovunque un tremendo fiasco commerciale, ha visto la luce solo grazie alla co-produzione fra Canada e Germania. Brutto segno.

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