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Io sono tu

Regia di Seth Gordon vedi scheda film

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La recensione su Io sono tu

di mc 5
4 stelle

Commedia americana tra le più banali e sciatte tra tutte quelle viste finora. Tutto prevedibile nella sceneggiatura, ordinaria in questo suo consegnarsi ad un'unica idea (quella di partenza) senza mai il minimo guizzo che possa uscire dai binari di uno sviluppo già tracciato nel suo convenzionale percorso. Il tutto in un contesto registico che non fa che affidarsi ad un umorismo che non strappa nemmeno un sorriso, basato com'è su un concetto di comunicazione troppo intimamente americano. La mia impressione, al di là del caso specifico, è che per le commedie targate USA in generale, per motivi che attengono alla società e al costume, esse siano fisiologicamente legate a schemi sociali prettamente americani. Per farla breve, le commedie USA rispecchiano stili di vita, modi di pensare, condizionamenti dei media e qualche altra decina di cosette, che solo gli americani possono afferrare al 100% e di cui a noi europei arriva solo qualche sparso frammento. Certo, poi esistono tipi di pubblico europeo (ovviamente italiani compresi) che fanno eccezione, tipo chi -per motivi personali i più vari- conosce molto da vicino la cultura americana e il linguaggio dei media di quel Paese. E in questo discorso ricade alla perfezione anche questo film il quale ci restituisce sfondi sociali che poco hanno a che fare coi nostri di cittadini europei. Qui si parla essenzialmente di società finanziarie che si fanno concorrenza spietata, di famigliole americane perfettine con maritino coscienzioso, mogliettina angelicata ma anche madre consapevole, e pargoletti biondini e coccolini. Per contro, c'è poi l'America dei reietti, degli emarginati, qui rappresentata dalla tremenda protagonista, quella che si arrangia e si arrabatta, ma sempre comunque bonaria e mai ribelle, e che punta alla rivalsa, all'uscire dallo stato di brutta anatroccola per apparire figa e seduttrice; e infatti una delle sequenze più vomitevoli del film è quando la vediamo tutta elettrizzata uscire dalle mani di estetisti-parrucchieri che l'hanno resa (per quanto era possibile) scintillante e luminosa, dalla sciatta cicciona che era prima (roba da show televisivo anni 80, disgustoso...). Ma ciò che più mi ha irritato del film è questo suo continuo oscillare tra una forma verbale che poggia spesso sulla trivialità e la tendenza ad un buonismo di stampo ipocritamente moralista. E proprio su quest'ultimo tema ci sarebbe da aprire una lunga parentesi che per questa volta vi risparmierò sintetizzando al massimo. Sto parlando del magico mondo di Judd Apatow che più di ogni altro, assieme al collega Todd Phillips, ha portato ad Hollywood una ventata d'aria nuova. Un'aria che io detesto perchè mette in scena la peggior ipocrisia possibile, quella che attua il perfetto corto circuito tra il più de­leterio puritanesimo americano e la più ammiccante e pruriginosa volgarità. Si badi che detta volgarità non è mai esplicita ma solo pesantemente ammiccata quel tanto che basta per far arrapare le coppiette e il pubblico medio-ignorante. Insomma, Apatow e Phillips hanno saputo creare un prodotto nuovo che, in un tripudio d'incassi, va incontro, dritto dritto, al (cattivo) gusto del pubblico main stream. E di main stream in questo film ce n'è tanto, a partire dal mediocre commento musicale, un concentrato di funky e hard rock melodico, a comporre una colonna sonora che più main stream non si poteva. La morale alla fine è sempre quella: alla resa dei conti, il modello cui fare riferimento è sempre la famigliola coi pargoletti che ti saltellano intorno. Ed è per questo che io sono solito definire Apatow e Phillips "i giovani più vecchi di Hollywood", essendo più che mai funzionali ad una visione della way of life a stelle e strisce decisamente convenzionale. La trama è presto detta. Una tipa, cicciottella alquanto, vive di espedienti e truffe, e un giorno trova il pollo perfetto da spennare, un brillante contabile di belle speranze, al quale ovviamente riesce a prosciugare il conto in banca dopo averne rubato con l'inganno l'identità. I due personaggi (Bateman e la McCarthy) danno vita ad una rocambolesca (ma in realtà scontatissima) avventura a cavallo tra il buddy movie e il road trip, storia che viene popolata aggiungendo due o tre gangsters/killers nell'inutile tentativo di renderla più interessante. Jason Bateman appare qui senza infamia e senza lode, penalizzato da un copione mediocre, anche se io resto dell'idea che sia stato (finora) sopravvalutato come attore. Melissa McCarthy la trovo odiosa, antipatica, detestabile, insopportabile: e d'altra parte la sua fisicità e il suo modulo espressivo si sposano idealmente con l'universo rappresentato dai citati Apatow e Phillips (due cineasti coi quali infatti lei ha spesso lavorato negli ultimi anni). Breve apparizione da special guest per un uomo che pare a Hollywood sia molto amato e rispettato: Jon Favreau, cineasta-attore verso il quale invece io ho sempre nutrito istintiva avversione: non mi dicono granchè i due "Iron Man" da lui diretti, ma soprattutto come attore ha preso parte a commedie USA tra le peggiori e in ruoli quasi sempre detestabili. Pur rispettando coloro che troveranno questo film "delizioso" (e ce ne saranno!)...io concludo invece affermando con vigore: "Questa roba lasciamola agli americani!" Che se la gòdano.


Voto: 4/5

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