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Project X. Una festa che spacca

Regia di Nima Nourizadeh vedi scheda film

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La recensione su Project X. Una festa che spacca

di EightAndHalf
6 stelle

Un Chronicle senza superpoteri, con tre ragazzi che vogliono riprendersi (o farsi riprendere, in questo caso, ma il cameraman è così misterioso da sembrare un fantasma) e una situazione che lentamente va oltre il controllo, sia prettamente 'borghese' che razionale. Nell'analisi approfondita e quasi maniacale di uno dei topoi più frequenti delle recenti American teen comedies, quello della festa affollata mentre mamma e papà sono partiti, l'esordiente Nourizadeh prende tre personaggini poco interessanti e cerca di renderli quasi dei supereroi del conformismo, che lottano strenuamente verso l'ottenimento di una maggiore considerazione fra i loro coetanei andando ben oltre mal celate frustrazioni sessuali (l'erezione nello spogliatoio) e una maniera di vivere sfigata. Indeciso fra uno sguardo critico e un altro che invece assuma il punto di vista dei personaggi (rendendo ambigue eventuali sarcastiche conclusioni), il regista sfrutta la tecnica del finto found footage per parlare un po' a vanvera del mondo adolescente di oggi, che tra Facebook, YouTube e SmartPhones riesce a diffondere notizie e messaggi senza alcun tipo di difficoltà o, soprattutto, riserve. Mentre la festa che i tre protagonisti organizzano va lentamente a catafascio (lasciando ben sperare, nei primi tempi, che non si veda alcuna traccia di moralismo), la distanza fra giovani e adulti si fa sempre più ampia, o almeno, sempre più falsamente distante, anche perché i genitori, sotto sotto, hanno i loro scheletri nell'armadio (o nel comodino), e gli adulti si dividono fra chi usa lo slang ma poi fa il guastafeste (o almeno ci prova) e chi invece vuole sentirsi giovane e si unirà al coro di gemiti e vomiti della gioventù bruciata di Pasadena, dove la quiete della middle class certo vuole tutto tranne essere disturbata. Riusciamo a trovare numerose chicche soprattutto nelle piccole frecciatine che il film scocca contro certo perbenismo tutto di facciata (come sono altrettanto 'perbeniste' le villette a schiera l'una vicina all'altra, che lentamente andranno letteralmente in cenere), ma la pellicola si arrotola nelle ostinate osservazione laccate e molto wild young di culi e tette che in bella mostra (non c'è che dire) vengono mostrati a fianco di numerose gag sessuomani, alternando le immagini riprese dal misterioso cameraman alla serie di iPhone e Tablet che possono riprendere in diretta la propria testimonianza, a favore di inquadrature dinamiche e demenziali sulle grandi contraddizioni dell'American way of life. Mai però abbastanza da incenerire stereotipi dei filmetti adatti a tutti, con una redenzione finale che salva il protagonista principale (e non gli altri due) dalle possibili accuse morali, vedendolo semplicemente come vittima di un inconscio desiderio di distruzione dei parametri educativi di genitori ipocriti che non esitano a dargli dello sfigato nella quiete del loro salotto borghese. Per non parlare poi del fastidiosissimo spacciatore vendicativo che in una scena quasi horror ricompare al lato della macchina a spaventare i giovinastri cattivelli che, badiamo, hanno a casa dei genitori o facoltosi avvocati che li fanno scagionare o talmente interessati alla loro incolumità da spacciare il figlio per malato di mente (e le didascalie finali si rivelano particolarmente eloquenti). Per cui il film si divide in due sensi, e questo non è male: si offre a una lettura leggera e decerebrata oppure cerca di lanciare piccoli messaggi quasi sublimali sulle necessità adolescienziali (conformismo giovanile che equivale a anticonformismo borghese) e sulla bassezza degli adulti, senza negare quattro risate. Il problema è capire quale sia la strada che interessa Nourizadeh, e quale sia quella che conviene prendere (e l'importante non è prendere il tutto troppo sul serio). Anche perché alla fine il sogno d'amore si realizza, ma si manda allegramente il college a farsi fottere.

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