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Snack bar blues

Regia di Dennis Hopper vedi scheda film

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La recensione su Snack bar blues

di supadany
9 stelle

Torino Film Festival 35 – Amerikana.

«Meglio bruciare subito che spegnersi lentamente».

Chiunque sognerebbe di poter fare nella vita sempre e solo quello che vuole. Di fronte all’impossibilità di mettere in pratica questa utopia, le possibilità sono due: piegarsi ai dettami sociali e rigare dritto rispettando tutte le regole o rifiutare il pacchetto gentilmente offerto e fuggire da tutto. E anche quando una fuga viene neutralizzata, la voglia di tornare a casa piuttosto che finire nelle mani delle istituzioni è collegata unicamente a una nuova diserzione. Un circolo vizioso che non annuncia niente di buono, così come si ripete dall’inizio alla fine in quest’opera pessimista diretta da Dennis Hopper, un contenitore stipato all’inverosimile di quanto poi condizionò quegli anni ottanta appena iniziati.

Stati Uniti, sul finire degli anni settanta. Cebe (Linda Manz) è una ragazzina ribelle con la passione per il punk e per tutto ciò che le è vietato, che da cinque anni vive solo con sua madre Kathy (Sharon Farrell). Quando finalmente suo padre Don (Dennis Hopper) esce di prigione e torna a casa, l’atmosfera parrebbe rasserenarsi, ma è solo una breve interruzione tra una tempesta e la successiva, che si preannuncia ancora più violenta.

 

Linda Manz, Sharon Farrell

Snack bar blues (1980): Linda Manz, Sharon Farrell

 

Out of the blue è un perfetto paradigma del film maledetto, principalmente per la sua natura costitutiva che, nel suo essere dichiaratamente contro le regole imposte e il pensiero dominante, non lascia spazio ad alcuna interpretazione terza, un po’ per il suo essere uscito completamente dai radar nonostante la riconosciuta e ingombrante figura di Dennis Hopper, qui impegnato nella sua terza regia, che cade una decina di anni dopo il cult Easy rider e lo sfortunato Ultima follia.

Quanto discettato va a comporre un ritratto furioso, ammantato di un nichilismo distruttivo, un controcanto del benessere hollywoodiano, reso ancora più eloquente e scardinante dalla giovane protagonista – interpretata da una Linda Manz tentacolata - , un’anima trasgressiva che senza accorgersi dorme ancora con il pollice ben impiantato in bocca, ma che appena apre gli occhi non conosce limiti nella ricerca di guai nei quali cacciarsi senza pudore, con tanto di identità sessuale confusa.

Insieme agli altri reietti, come suo padre (un Dennis Hopper marcescente), relitti, come quella silente eroinomane di sua madre, e approfittatori sparpagliati ovunque, il collage è completo e propedeutico per una dissertazione del momento storico che contempla. Un affresco stipato che racchiude il mito del punk, la passione per Elvis Presley e l’odio  riversato verso la disco music, scorribande tra i punti di ritrovo di una volta, com’erano il cinema e il bowling, le risse da strada, le fughe di casa destinate a rientrare dopo poche ore, l’eroina che invade l’emisfero domestico senza bussare, le micro bande che ingrossano l’ego dei loro componenti, il gesto di fumare per sentirsi grandi, i pantaloni a vita che più alta non si può e ancora le più canoniche prostitute, l’erba e l’alcol.

Insomma, non manca nessun commensale in questo impasto scandito dalle musiche di Neil Young, che si occupa anche del malinconico tema principale di apertura e chiusura My my hey hey, una radiografia che ha lasciato la speranza sull’uscio di casa, uno spirito libero che non sa cosa sia la paura e che non ha niente da perdere, disposto su di una strada a senso unico, con una destinazione appuntata sul taccuino del fato.

Così il finale, dopo aver aggiunto una nota di inosabile deviazione familiare peraltro presentata nel modo più putrido, è letteralmente esplosivo e anche pienamente consapevole, l’unica via per non rimanere imbottigliati nel disagio di una contingenza da sempre abbandonata da Dio.

Un’opera disperatamente integra senza sconto alcuno, un concentrato anarchico di alta densità che rimanda al mittente ogni possibilità di salvezza, al massimo rintracciabile in brevi squarci di un qualcosa comunque al più ascrivibile alla normalità, anche rievocazione dei costumi che furono, declinati nell’esibizione più radicale.

Autodistruttivo nel midollo, al punto giusto - anche perché di più è impossibile esserlo - per chiudere una decade contrapponendosi anticipatamente a tutto quanto di fasullo stava covando la successiva.

Un frammento epocale. 

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