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Pulce non c'è

Regia di Giuseppe Bonito vedi scheda film

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La recensione su Pulce non c'è

di millertropico
8 stelle

Una storia difficile di rapporti familiari e di complicazioni affettive questa interessante opera prima di Giuseppe Bonito che prende origine dal romamzo omonimo della giovanissima scrittrice Gaia Rayneri (un autobiografismo crudelmente toccante il suo) che ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura (scritta a quattro mani insieme a Monica Zappelli). 
La protagonista è una tredicenne timida e introversa che ha una sorellina autistica (la Pulce del titolo appunto), e basterebbe solo questo a rendere complessa la situazione.
L'equilibrio di una famiglia già molto provata dalla vita come questa, viene poi messo in discussione da un gravissimo fatto che ne mina fortemente le basi: il padre viene infatti sospettato di aver abusato della ragazza e ha così inizio un incubo davvero senza fine nelle sue implicazioni un poco kafchiane, un calvario traumatico tra battaglie giudiziarie, alienazione, profondi traumi e un inaudito (ma realistico) strascico di violenze psicologiche .
Bonito lavora in sottrazione - e questo è il grande merito del film - nel raccontare di pari passo anche i problemi collegati con l'handicap, l'inadeguatezza e l'indifferenza delle istituzioni (che è poi a mio avviso il modo migliore per far emergere la complessità della condizione). Ne esce quadro davvero impietoso, quasi tragico anche per le sue devastanti conseguenze psicologiche, ma disegnato con estremo pudore, sensibilità e rispetto d aun regista che giustamente evita i sensazionalismi, le forzature, le derive melodrammatiche sempre in agguato e che sa rinunciare (non era davvero facile di fornte a tematiche così fortemente coinvolgenti) ai pietismi e alla retorica.
Da segnalare poi all'interno di un prezioso cast che annovera fra gli atri i nomi di Pippo Delbono, Marina Massironi e Piera Degli Esposti, la straordinaria prova  della protagonista, l'ottima debuttante Francesca Di Benedetto che contribuisce a conferire all'insieme un tocco di poeticità sullo sfondo di una ormai non insolita Torino industriale  (Massimo Bettarelli che che ne ha curato la fotografia, ce la restituisce attraverso una tavolozza di colori nebbiosamente sbiaditi che riescono a renderla disumanamente empatica).

Sulla trama

"Volevo una storia con cui rischiare e mettermi in gioco, magari anche perdendomi, e volevo una buona occasione per addentrarmi in una dimensione che non conoscevo. L'autismo era perfetto" (Giuseppe Bonito)

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