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Fuck Cinema

Regia di Wu Wenguang vedi scheda film

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La recensione su Fuck Cinema

di OGM
8 stelle

Tre ore di documentario per mandare a quel paese il cinema: una crudele utopia che, nella Cina postcomunista, divora inutilmente le speranze di tanti giovani. Nel Paese più popoloso del pianeta si producono pochissimi film: le  principali cause sono la censura politica e le regole del business. La settima arte, soprattutto quella che è frutto della riflessione e della creatività, rimane così schiacciata tra i retaggi della storia e le deviazioni della modernità. Il principio della libertà non si applica all’espressione umana, ma solo al mercato in senso stretto, che obbedisce unicamente alle leggi del profitto. Il giovane Wang Zhiutan ha scritto una sceneggiatura, che però nessuno vuole trasformare in film: c’è chi dice che non c’è abbastanza sesso, chi dice che è troppo underground e chi, semplicemente, che non vale niente. Tutte le porte gli vengono sbattute in faccia, anche quando chiede, semplicemente, di poter fare la comparsa per rimediare qualche soldo.  E dire che il ragazzo, per inseguire il  proprio sogno, ha lasciato la famiglia e si è trasferito a Pechino; ora, dopo tanti mesi, le sue finanze si sono praticamente azzerate, tanto che è costretto a dormire all’aperto, sul tetto di un edificio del campus. Sarà per questo che ha deciso di adottare, come pseudonimo, un nome che significa colui che vorrebbe uccidere Dio. Il regista Wu Wenguang lo riprende durante le sue peregrinazioni, che lo portano nelle case dei registi, negli uffici dei dirigenti delle reti televisive, nelle sedi delle agenzie  cinematografiche. Wang Zhiutan non lascia nulla di intentato, però l’esito è negativo su tutti i fronti. Forse davvero il cinema cinese non esiste, se è vero che si fanno affari sono nel circuito clandestino delle pellicole pornografiche e delle copie contraffatte di film stranieri. Il ventenne Xiao Wu vive vendendo dvd piratati. Nella sua collezione ci sono esclusivamente titoli europei ed americani, a  parte qualche classico giapponese.  Gli sembrerà di lavorare in un settore che, nella sua patria, non ha storia: eppure si trasmettono tante fiction, e tante giovani donne, magari prive di qualsiasi formazione professionale, partecipano ai provini per diventare attrici, anche se si tratta di interpretare il ruolo di una prostituta. Il mito del grande schermo è un’utopia informe, che nessuno sa che cosa sia. È un’idea indefinibile, che non si può descrivere, eppure esercita un’attrazione fatale, soprattutto sulle nuove generazioni. Eppure è un nulla che si vende in cambio di denaro, un’illusione che ha il sapore della truffa e dell’illegalità, perché percorre sempre vie traverse, facendosi strada attraverso la furbizia, la fortuna o la corruzione. Per il talento e la vera ispirazione non c’è scampo: la passione non conta, perché la sua voce è destinata a rimanere inascoltata. Forse il vero motivo è che il cinema, per chi lo pratica, è soltanto un vizio, che non possiede alcun respiro umano: lo stesso Wenguang si scopre improvvisamente cinico, nel momento in cui, alla fine del filmato, Wang Zhiutan lo accusa di averlo sfruttato: quel povero ragazzo che, con il suo personale percorso di dolore e frustrazione, ha fornito, all’affermato regista,  il soggetto ed il ruolo principale del suo film,  si è sentito umiliato quando ha osato chiedere un piccolo aiuto, giusto un’opportunità per poter tirare avanti.  Infatti l’uomo, in tutta risposta, gli ha indicato il ristorante dall’altra parte della strada, dove forse potevano avere bisogno di un cameriere.  A stare dietro all’obiettivo ci si disabitua, forse, a toccare le cose con mano, a percepire l’umanità come una parte di sé, e non solo come una varietà di personaggi da filmare. La mente finisce per arroccarsi dietro una barriera trasparente, attraverso la quale è possibile solo guardare e giudicare il modo in cui la gente di comporta e ciò che accade; valutare quanto sono alte, come appaiono di profilo, cosa pensano delle escort e delle entraîneuses  le ragazze che si sono presentate al  casting per il film. Ogni aspetto del fare cinema – che magari è davvero solo un mestiere come un altro – risulta improntato al mero calcolo, o all’indifferenza con cui si porta avanti una faccenda quotidiana, che si basa su criteri, gusti e riti ormai consolidati, ma ha perso ogni sensibilità per le emozioni altrui, ed ogni apertura verso la fantasia. La situazione cinese rappresenta certo un caso estremo. O forse, al contrario, è un caso simbolo: è l’esempio emblematico della sterile ordinarietà in cui, complici le sfavorevoli condizioni culturali, ogni attività artistica, in qualsiasi parte del mondo,  rischia, miseramente, di scivolare. Fuck cinema non è un insulto, bensì un monito, che prende la forma dello sfogo di chi si è improvvisamente accorto di essere caduto nella trappola. È una manifestazione di sgomento, da parte di chi, col tempo, si è inconsapevolmente adeguato alle circostanze; ed ora, risvegliandosi da un colpevole torpore, si chiede come e quando abbia smesso di lottare.   

  

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