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L'angelo di Alfredo

Regia di Fabio Marra vedi scheda film

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La recensione su L'angelo di Alfredo

di archettina
10 stelle

Un eroe dimenticato

Notevole prova d’autore per il docu-film girato dal regista esordiente Fabio Marra,  “L’angelo di Alfredo”, in lizza nella “Vetrina dei giovani cineasti italiani” al Festival del cinema di Roma, edizione 2011.
Incentrato sulla figura di Angelo Licheri, il volontario che tentò di salvare Alfredino Rampi nel giugno del 1981, rievoca a distanza di decenni la toccante vicenda con  taglio garbato e delicato, venato di poesia, che aiuta a non farsi sopraffare dall’angoscia, ma sicuramente emoziona lo spettatore.
Dopo un brevissimo “cappello” iniziale, con pochi secondi di telegiornale, necessari per inquadrare il fatto nella cronaca dell’epoca, il documentario accompagna rispettosamente la narrazione di Licheri, che, partendo da  alcune foto gelosamente custodite e qualche ritaglio di giornale, rievoca la genesi della sua coraggiosa decisione. Al tempo, Angelo lavorava come autista in una tipografia di Roma. Apprese dalla tv, come milioni di italiani, il dramma che si stava consumando a Vermicino. Alla moglie disse che andava a comprare le sigarette, mentre d’impeto, quasi seguisse una voce interiore, si incamminò verso Vermicino, non sapendo nemmeno dove  esattamente si trovasse. Trovò barriere ed ostacoli delle forze dell’ordine e della folla accorsa sul posto, ma, dimostrandosi deciso a tentare l’impresa, convinse i soccorritori a calarlo nel pozzo, dove rimase per ben quarantacinque minuti a testa in giù, tra mille difficoltà. Riuscì ad imbracare Alfredino, nonostante il quasi inesistente margine di manovra. Sfortunatamente, uno strattone troppo brusco dall’alto fece scivolare la fettuccia. Dopo altri due o tre tentativi disperati (prendendo il bimbo da un polso glielo fratturò) si dovette rassegnare a farsi tirare fuori da quel budello infernale, esausto e sanguinante per le ferite riportate a seguito dello sfregamento della roccia, dopo aver mandato a malincuore un bacio al piccolo.
Angelo Licheri  a distanza di trent’anni convive ancora con la frustrazione della sconfitta. Ingiustamente, perché lui per puro altruismo è stato pronto a mettere a repentaglio la sua vita nel salvataggio di Alfredino. Inesperto di queste operazioni (non era uno speleologo come gli altri), affetto da un enfisema polmonare, non ha esitato a lanciarsi in questa pericolosa avventura, mettendo a nudo le carenze della macchina dei soccorsi di allora, pioneristica e dilettantistica. Tanto è vero che ne è seguìto addirittura un processo, tentando di fare di lui un capro espiatorio, ma anche in quell’occasione ha saputo dimostrare orgoglio e dignità.
Ad ausilio del docu-film è intervenuta la graphic novel di Maurizio Monteleone, uno speleologo tra i protagonisti e testimone oculare, che attraverso i suoi garbati disegni ha illustrato quanto nessuno di noi potè mai vedere.
Oggi Angelo Licheri è stato dimenticato da tutti. Con gravi problemi di salute (gli è stata amputata una gamba) e senza sostentamenti economici, è la cartina di tornasole della mentalità italiana imperante, laddove vengono premiate in popolarità e guadagni  persone che vivono di fatua immagine, mentre un uomo di forte personalità e  con altissimi valori morali viene confinato in un angolo e trascurato.
Il regista Fabio Marra all’epoca aveva solo otto anni, due di più del piccolo Alfredo. Davanti a quello schermo, fece parte dell’immensa platea di milioni di italiani angosciati nella prima lunghissima diretta della storia della televisione italiana. Come lo stesso regista ha raccontato, avrebbe voluto, nella sua ingenuità innocente, che la telecamera non fosse fissa sull’imboccatura del pozzo maledetto e sulla gente che vi si assiepava attorno, ma che si spingesse in profondità, dov’era Alfredino. Nel suo immaginario infantile gli era sempre rimasta in mente la figura di quell’eroe adulto che poteva tirare fuori dal buio il suo coetaneo, sovrapponendo, forse inconsciamente, l’immagine di Licheri ad un eroe dei  fumetti.
 

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