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Nanny la governante

Regia di Seth Holt vedi scheda film

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La recensione su Nanny la governante

di millertropico
8 stelle

Il fim ha il privilegio di poter contare sulla presenza di una grande attrice (dotata per altro dì straordinarie capacità anche mimetiche) come Bette Davis, che indubbiamente aiuta a far lievitare un'opera che non appartiene ai consueti cicli leggendari, ma si svolge invece in ambienti fortemente realistici, che contribuiscono a rendere il tutto molto più inquietante e veritiero.
La figura della protagonista è parente stretta (e non solo per la presenza della Davis  e della sua caratterizzazione fortemente accentuata)  delle Baby Jane e delle Carlotte di Aldrich (molto meno creativa ovviamente la regia di Seth Holt che ricordiamo comunque autore anche del "clouzettiano" La casa del terrore, che pur non reggendo il confronto con la fonte ispirativa dell'orginale, rimane a mio avviso una pellicola tutt'altro che disprezzabile) proprio nel suo frugare negli armadi di un passato sinistro che inesorabilemte condiziona il presente per riproporre (un po' mummificati per la verità) i miti del Sud, di Hollywood, di certe attrici un tempo belle e ammirate e ora volutamente sfigurate e raccapriccianti.
La sceneggiatura è di un altro esperto del genere (Jimmy Sangsters) e contiene molti elementi di potenziale interesse (o per meglio dire, di inconscia e larvata denuncia).
Questa Nanny, che vuole avvelenare il piccino che le è stato affidato e ne lascia affogare la sorellina nella vasca da bagno, è senza dubbio una risposta - vista l'epoca in cui è stato realizzata lsa pellicola - al mito dolciastro di Mary Poppins (e l'insistenza su certe immagini di bambini morti, magari tramite l'ovvio simbolo dei bambolotti) è troppo scoperta per non essere sospettabile di voler suggerire e rappresentare una specie di sotterranea complicità rispetto ai tempi trattati dalle due opere prima citate.
A me hanno fatto venire in mente certe osservazioni di Leslie Fiedler contro il "Culto del Bambino", e la minaccia costituita dalla tirannia infantile (oggi più che mai di una pressante attualità) in una società che si è nutrita di Freud e dei suoi epigoni, (e per la maggior parte sprovvista di domestici) che non riesce più a mantere il passo. Di più, i rapporti fra la governante  e la giovane, nevrotica padrona interpretata da Wendy Craig (non datemi del visionario, vi prego) sembrano voler ricordare nella loro ambiguità e nei frequenti scambi, le indelebili demistificazioni di un Losey o di un Genet (mi riferiscio al suo "dramma cerimoniale" Le serve).
C'è semmai da rammaricarsi col fatto che tutto rimane però solo allo stato di allusione e non si sviluppa e prende corpo fino in fondo, sacrificato com'è dalle esigenze di costruire un prodotto di serie (ed è proprio nel suo procedere zoppicante e quasi a corrente alterna, che si evidenziano tutti i suoi limiti che si estrinsecano in un finale di una desolante edisarmante banalità).

 

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