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The Murderer (The Yellow Sea)

Regia di Hong-jin Na vedi scheda film

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La recensione su The Murderer (The Yellow Sea)

di alan smithee
10 stelle

Locandina internazionale

The Murderer (The Yellow Sea) (2010): Locandina internazionale

Thriller coreano di ottima, sorprendente fattura (sorprendente soprattutto per chi non è avvezzo a lasciarsi irretire dalla maestria di molto cinema sudcoreano, a mio giudizio uno degli esempi più vitali, estrosi e sublimi della moderna arte cinematografica), The Murderer (conosciuto anche come "The yellow sea" quando fu presentato nel 2011 al Certain regardi di Cannes)) racconta con ritmo incalzante che ci fa viaggiare nel tempo senza accorgercene durante le oltre due ore e venti di pellicola, la lotta per la sopravvivenza di un disgraziato autista sino-coreano,  Gu-nam, un meticcio scacciato e visto in malo modo da entrambe le etnie. Un poveraccio verrebbe da pensare, che da tempo vive in Cina spendendo tutti i già miseri guadagni al gioco d’azzardo, lontano dalla figlioletta accudita dalla madre. Tra l’altro  l'uomo è costantemente minacciato dagli strozzini presso i quali si è indebitato per affrontare le spese legate al trasferimento della moglie coreana, della quale tra l’altro non ha più notizie da mesi e che tutti ormai ritengono si sia fatta una nuova vita nonostante il marito si sia rovinato per riuscire a garantirle l’espatrio. A soccorrerlo e a cercare di tirarlo fuori (non senza il suo sporco, sporchissimo tornaconto)da questo precipizio senza fondo, interviene ad un certo punto un losco figuro, l’assassino Mung-ga, una iena senza pietà che gli propone una ingente somma di soldi (quelli necessari per pagare i debiti contratti e salvarsi la pelle) in cambio dell’eliminazione di un misterioso individuo in Cina. Il ritorno laggiù potrebbe fornire  la possibilità di recarsi nella stessa città ove risiedeva con la consorte, dando modo al protagonista di indagare sulla sua scomparsa.

scena

The Murderer (The Yellow Sea) (2010): scena

Ma in realtà tutto ciò è l’inizio di un incubo senza fine, perché il piano meticolosamente costruito da Gu-nam si sgretola presto non appena egli scopre che c’è qualcun altro che vuole morto l’individuo. Qualcuno ben più organizzato di lui e ad un livello ben superiore nel variegato strato sociale di quel paese. Naturalmente lo sventurato protagonista finirà per accollerarsi ogni colpa, per finire su giornali e televisioni come uno dei ricercati più pericolosi del paese perché il morto è un' pezzo grosso, un professore che nasconde informazioni che lo rendono pericoloso a molte organizzazioni criminali.  Addossate tutte le colpe possibili, Gu-Nam dovrà pure guardarsi dalla furia impressionante del suo mandante, un cattivo coi fiocchi che mette davvero i brividi. (l'ottimo Yun seok-Kim, una furia della natura).

Kim Yun-seok

The Murderer (The Yellow Sea) (2010): Kim Yun-seok

Il film si avvale di inseguimenti a perdifiato girati meravigliosamente, tamponamenti di auto senza fine che rimangono indelebili nella memoria per il fragore della ferraglia che si deforma in seguito agli urti frontali che lacerano carni e devastano i due irrefrenabili protagonisti in una caccia all’uomo che non concede nessuna tregua. Mung-ga armato di accetta che elimina uno ad uno i sicari che lo minacciano e parte all’inseguimento di Gu-nam, è una furia della natura che inquieta e fa davvero paura: è la belva che ci fa sentire indifesi, il Terminator terrestre invincibile ed ineliminabile. La sua accetta lacera carni e crani lasciandoci nelle orecchie l’eco sordo della lama che incide la carne, con un effetto realistico stordente che ben si intona all’irrealistica coreografia delle rincorse a perdifiato che durano decine di minuti. senza mai smorzare l'effetto attanagliante dei primi minuti.

Kim Yun-seok

The Murderer (The Yellow Sea) (2010): Kim Yun-seok

Sotto questo aspetto, che a mio giudizio rappresenta il vero valore di questo straordinario film, emerge con vigore lo stile incalzante del thriller lunghissimo che ricorda inevitabilmente certi capolavori senza tempo come l’altrettanto infinito ma perfetto "Heat" di Michael Mann. In questo contesto sanguigno troviamo al centro uno spaesato Gu-nam ormai alla deriva, personaggio dolente meraviglioso, accentuato e reso immortale da quel suo efficace drammatico monologo iniziale sul proprio cane rabbioso, generatore a suo dire di un sentimento diffuso e generalizzato nella società come l’ira, la rabbia diffusa, che genera mostri e crea mostruosità inenarrabili. Una follia collettiva dalla quale dipende l’inrrinunciabilità della violenza come mezzo per farsi valere e per raggiungere uno scopo: un atteggiamento che è peraltro il motore conduttore di tutto un vortice di violenza che regna incontrastato in questo splendido noir della disperazione e della follia più brutale.

 

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