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E ora dove andiamo?

Regia di Nadine Labaki vedi scheda film

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La recensione su E ora dove andiamo?

di giancarlo visitilli
8 stelle

Come canne al vento, le donne, se ne stanno, ondeggianti nel deserto dei morti cristiani e mussulmani. All’inizio si ha l’impressione di rivedere alcune immagini del recente film di Wenders su Pina Bausch. Invece, si tratta della seconda opera della bellissima e bravissima regista libanese, Nadine Labaki  (Caramel, 2007).

Dal centro estetico di Beirut, Nadine, questa volta, ci trasporta fra le montagne mediorientali, dove vive una piccola comunità di uomini e di donne, divisa tra mussulmani e cattolici, pacifiste e pronti alla rissa. Infatti, fra le prime spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh, che mettono a disposizione, soprattutto degli uomini, il loro animo femminile, sempre alla ricerca della pacifica convivenza: se le inventano di tutte, fino a far piangere sangue alla statua della Madonna o far arrivare in paese ballerine dall'Europa dell'Est e distogliere i loro mariti e figli maschi dalle risse e dalle armi. Ma tutto ciò non basterà per fermare quello che, da anni, e per davvero, avviene quotidianamente nel Medioriente, oggi.

Se in Caramel la ceretta al profumo di caramello ci aveva inebriato del suo profumo, di ben altri ‘sapori’, questa volta, lascia sballare (“Con un pizzico di hashish stramazzi un cammello”) i suoi spettatori e attori Nadine Labaki, che mostra sullo sfondo e in campo lunghissimo la città, per tornare a raccontare la convivenza, ai margini e sul bordo di strade dissestate, tra gli uomini credenti in divinità diverse. Lo fa con il suo interessante stile, capace di passare dalla commedia al dramma, passando anche attraverso la leggerezza del musical. Memorabili le sequenze dell’arrivo della tv nel villaggio isolato, con le news sugli scontri tra cristiani e musulmani a Beirut; la donna che “vede e parla con la Madonna”, ammiccante a Totò che visse due volte di Ciprì&Maresco oppure la preparazione dei dolci all’hashish.

Labaki dirige ed interpreta con la leggerezza delle parole e il macigno del loro significato. Infatti, è un film dai forti contrasti, capace di raccontare il dramma dell’intolleranza religiosa e le sue conseguenze, non discordando con il sorriso di chi non perde la speranza ed ha una profonda fede nelle capacità dell'arte e quindi anche del cinema di farsi portento di pace. E ora dove andiamo?é un monito al mondo Occidentale, rispetto a quell’altro; ai credenti cristiani, come a quelli mussulmani, ecc. E’ un noi che ci contiene tutti, a prescindere dalla fede.

La bellezza della gente di fronte alla meraviglia delle immagini, a cinema o sul piccolo schermo, ricordano tanto cinema italiano di Desichiana memoria, al modo della moschea invasa dalle bestie, che ricorda i tanti tentativi di scoperchiare, scardinare, aprire e abbattere i cancelli e i muri che dividono (come non pensare all’ultimo Olmi?).

Intensa e tuttavia molto essenziale la colonna sonora (Khaled Mouzannar), che insieme alla bella fotografia (Christophe Offenstein) rendono il film un’opera di notevole attenzione. Peccano soltanto la compiacenza della bellissima attrice/regista, che si pone eccessivamente troppo in prima posa e l’eccessiva lunghezza del film. 

Pur tuttavia, la Labaki è capace di riportare tutti dalla parte di chi, mettendosi in discussione, si chiede chi siamo noi per pronunciare “perdona loro perché non sanno quel che fanno”, prima di chiederci quel che combiniamo. Tutto questo, per mezzo del Cinema. Mica poco!

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