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Onora il padre e la madre

Regia di Sidney Lumet vedi scheda film

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La recensione su Onora il padre e la madre

di Gianpiera
10 stelle

Philip Seymour Hoffman è morto qualche giorno fa per overdose di eroina. Ho voluto rivedere questo bellissimo film rigorosamente in lingua originale, per godere della meravigliosa voce di un attore che ho amato molto. Il film è da brividi e mentre lo si guarda se ne ha già nostalgia. E’ il racconto di pochi giorni nella vita di due fratelli, Andy e Hank, nei quali tutto viene a galla, i conti tornano e la sofferenza repressa scoppia nella rabbia, nella disperazione e nel nichilismo più estremo. Non sono d’accordo con chi ha scritto che è un film sull’alienazione della vita contemporanea. Per me è più una lettura finissima di un uomo che non si è mai sentito amato, con un padre anaffettivo che ha proiettato su di lui tutte le sue aspettative, senza chiedergli cosa desiderasse realmente. “Non mi sono mai sentito parte del vostro quadretto familiare” dice Andy al padre in una scena del film. E quell’uomo, Andy, è diventato un uomo d’affari soffocato dalla sua stessa vita, il cui unico desiderio è la fuga: nella cocaina, nell’eroina, in vacanza con la moglie a Rio, l’unico posto in cui riesce ancora a fare l’amore con lei. L’ultimo miraggio sembra essere la rapina alla gioielleria dei genitori, nella quale Andy sfortunatamente coinvolge il fratello Hank, a prima vista l’anello debole, lo sfigato che non riesce a combinare niente di buono ma che non fa grossi danni, quello che non è mai cresciuto, il cocco di casa. Ma tutto va come non doveva andare e questo è il pretesto per Lumet per far scoppiare il detonatore e a quel punto non si può più tornare indietro. Non c’entrano l’avidità e la mancanza di moralità: i soldi servono a Andy per cercare di andare lontano da tutto e da tutti, come quando si fa iniettare l’eroina in un appartamento di lusso dal suo freddissimo e metaforico spacciatore. E’ sconvolgente vedere Andy/Hoffman sdraiato sul letto, con il laccio emostatico stretto intorno al braccio e l’eroina che gli entra nelle vene e sentirlo dire un attimo dopo “my life, it doesn't add up. Nothing connects to anything else. I'm not, I'm not the sum of my parts. All my parts don't add up to one... to one me, I guess. “. Mentre guardi quelle scene ti chiedi per forza di cose quanto di quelle parole doveva essere vero anche per PSH….
Alla fine, senza voler svelare nulla del film, tutto è perduto, le vendette sono consumate e i giochi sono fatti. Resta però impresso nell’anima, più di tutti gli altri, il “dostoevskijano” personaggio di Andrew: cinico, amorale e privo di scrupoli, ma così immensamente umano e dolorante da farti commuovere.
Voto al film: 10

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