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Sweetie

Regia di Jane Campion vedi scheda film

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La recensione su Sweetie

di OGM
8 stelle

La paura della vita può diventare una fantasia triste ed allucinata. Così è per Kay, una ragazza con un fratello ed una sorella affetti da gravi disturbi psichici, che non capisce il mondo, e teme di non essere adatta a farne parte. L’illusione, dentro di lei, decade subito in una forma autolesionistica di disincanto, che si vuole negare alla speranza. Strappare, dal cortile della casa, il piccolo sambuco appena piantato dal suo fidanzato Louis, è il segno metaforico di questa chiusura nei confronti del futuro. Il rifiuto della possibilità di crescere si esprime nell’odio nei confronti di ciò che è fatto per svilupparsi, come le radici, i rami, le foglie, che con la forza propria della natura, invadono la terra e il cielo. L’orizzonte di Kay è invece il confine ristretto che circonda la sua famiglia disfunzionale, incapace di gestire, se non con l’innocua arma della rimozione, il disagio interiore che, in varia misura, affligge  tutti e tre i figli. Il padre Gordon, ad esempio, continua a vedere, in quella sua strampalata figlia Sweetie, sempre e soltanto la bambina prodigio di un tempo, che amava cantare e ballare, ed aspirava a diventare famosa. Ora quella ragazzina è però una donna vistosamente instabile ed eccentrica, priva di qualunque dote artistica, e per di più incapace di riconoscere il proprio fallimento. Agli occhi di Kay appare come una furia incontrollabile, che vive di quell’istinto selvaggio a cui lei guarda con terrore; è la principessa che voleva solo per sé il palazzo costruito in cima ad un albero del giardino, ed ora è ridotta ad una creatura corpulenta e rozza, prigioniera dei propri miraggi di gloria. Kay, intimidita in ugual misura dai suoi eccessi e dall’indecifrabile apatia del fratello Teddy, non riesce a intraprendere normali relazioni sociali, ed anche la sua affettività è seriamente compromessa. Intorno a lei, tuttavia, l’umanità seguita a praticare i suoi atavici riti, a cominciare dal sesso, che per lei è diventato ormai un territorio estraneo ed impraticabile. La stessa realtà appare incerta, in questo quadro tremolante cosparso di insicurezza e di incoerenza, in cui la normalità è scomparsa dalla scena, lasciando tutti in preda al disorientamento. Non si sa più cosa sia bene e cosa sia male, in un turbinio di stranezze spacciate per rivendicazioni della libertà individuale. Molti vorrebbero cambiare le cose, ma nessuno  è in grado di dire come. Nascono così idee ed iniziative senza sbocco:  la madre di Kay lascia il marito per andare a fare la cuoca in villaggio sperduto nel deserto, Kay ipotizza di tagliarsi i capelli, Sweetie si spoglia e sale su un albero.  Per i personaggi femminili di questa storia, la voglia di diversità diventa l’unico motore dell’esistenza, mentre quelli maschili sembrano trovare nella conservazione dello status quo l’unica ancora di salvezza. Il panorama è quello di una favola che ha perso la bussola: un racconto infantile nel quale l’iniziale magia è naufragata, per disperdersi nei rivoli del caso, del dubbio, del nonsenso, seguendo un’immaginazione fatta a pezzi, ed adattata alla mediocrità della vita. In questo film la leggerezza del sogno si fa pesante, come lo schianto di un angelo caduto al suolo: a terra rimangono soltanto i cocci prodotti da un disordine sterile e distruttivo. L’armonia diventa una dissonanza a tratti stridula, a tratti grave; e l’amore si riduce a un futile modo di dire e di stare insieme, sfibrato dall’incomprensione, dalla superficialità, dall’indifferenza o, semplicemente, dall’impossibilità di essere, contemporaneamente, lucidi e felici.
In questo primo lungometraggio di Jane Campion, la visione femminile si manifesta nel gusto per una bellezza che emerge, a sorpresa, dalla comicità, dalla follia, perfino dalla brutalità. Nasce così, da questo contrasto struggente e perverso, una dolorosa poesia della compassione, che è come lo specchio verso il quale talvolta si corre, per vedere il proprio volto rigato di lacrime.
 

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