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I giorni del commissario Ambrosio

Regia di Sergio Corbucci vedi scheda film

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La recensione su I giorni del commissario Ambrosio

di Baliverna
6 stelle

Il commissario Ambrosio indaga in una Milano grigia e plumbea, non certo "da bere", in una pellicola non esente da difetti ma pure non disprezzabile.

Non è una pellicola completamente riuscita, ma pure non degna di una stroncatura, come quella dello stesso Film TV e del Mereghetti. In una cosa, tuttavia, questi ha ragione, cioè nell'aria da Ispettore Derrick che si respira. Sarà per i modi di fare del commissario, per la presenza di un collaboratore, o per certi personaggi (come lo spacciatore) che sembrano usciti dalla penna di Herbert Reinecker.

La regia del prolifico e discontinuo Sergio Corbucci non mi è dispiaciuta. La sceneggiatura, invece, è discontinua e diseguale, tradendo la presenza di sei mani. Alcune sequenze sono banali o convenzionali (come quelle con la Cenci e Amanda Sandrelli). Altre, al contrario, sono buone, come gli episodi con la Gravina. Qualche volta veramente non capisco perché chiamavano più sceneggiatori presi un po' a caso, quando uno solo poteva offrire un testo se non altro omogeneo.

Gli attori meritano sicuramente due parole.

Tognazzi, che sarà pure accorso sul set per sostituire all'ultimo momento il defunto Ventura, è però al suo meglio in un ruolo non facile. Ho apprezzato l'interpretazione misurata e sottotono dell'attore, stile che non sempre aveva adottato nella seconda parte della sua carriera. Athina Cenci, invece, recita in modo svagato e lezioso, quasi con sufficienza; per d più, il suo personaggio è il massimo del cliche di donna del commissario. Per come recita, mi ricorda un po' Stefania Sandrelli in “Il magnifico cornuto”. Questo è, secondo me, uno dei punti deboli del film. Di contro, mi ha convinto Carla Gravina nella parte della madre della ragazza, donna lacerata tra amore, rimorso, rabbia e dolore. Infine, Carlo delle Piane recita senza troppa convinzione il suo ruolo tipico dell'uomo frustrato, ma tutto sommato se la cava. Infine, Claudio Amendola, con la sua tipica loquela romanesca – imparata dal suo grande padre doppiatore Ferruccio – riesce simpatico e stempera in modo opportuno la drammaticità del contesto.

Sullo sfondo vediamo una Milano livida e per nulla invitante, tra squallidi parchi e grige vie cittadine. Di persone in giro, in generale, se ne vedono poche, elemento che comunica una certa solitudine.

Tutto sommato, non è per nulla da buttare, specie per coloro a cui piace Ugo Tognazzi.

 

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