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The Day After Tomorrow. L'alba del giorno dopo

Regia di Roland Emmerich vedi scheda film

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La recensione su The Day After Tomorrow. L'alba del giorno dopo

di scapigliato
8 stelle

Potente. Non è un blockbuster semplice semplice. Non c'è la solita sviolinata alla giusta interpretazione della vita americana: qui gli americani sono i primi a sbagliare, e se il vice-presidente ha poi la sfacciataggine di chiedere scusa dopo una palese posizione intransigente di cieco potere, non vuol dire che si sono auto-perdonati. Vederli superare il confine col Mexico, vederli guardare la scritta Hollywood che si distrugge, vedere i loro amati telecronisti (simboli della bieca e schifosa spettacolarizzazione americana) sfracellarsi contro detriti giganteschi in diretta tv, li fa perdere quell'orgoglio cieco e non ragionato che si portano dietro da quando sono nati (l'altro ieri l'altro).
Ma il bello del film non è solo il realismo con cui il regista ti sbatte in faccia gli apocalittici disastri: ci sono gli effetti speciali oggi. Ma soprattutto il distacco a tali eventi. Ti vengono presentati così come sono: secchi, determinati, semi-umanizzati, ma soprattutto rapidi e dolorosi. Non hai nemmeno il tempo di capire. Ci sono film che dilatano queste scene per farle diventare le protagoniste sensazionali del film, qui invece, Emmerich, fa sì attendere la sciagura con un'attesa orribile e massacrante, ma poi il disastro è come un pugnale che ti entra secco in corpo. Dilatate sono invece le situazioni di stasi apparente in cui i personaggi tirano fuori tutta la concitazione e l'ansia del momento peggiore in una vita umana: la catastrofe definitiva.
E il cast... Dennis Quaid più che credibile. Si è riappropriato, da qualche film ormai, e per meriti più maturi, lo stesso successo di quando era il giovane interprete di "Salto nel Buio". Ian Holm, ok...è un Sir. del cinema. E lui: Jake Gyllenhaal: è bravo e ha la faccia giusta. Ti ci rivedi subito. Ragazzo qualunque, normalissimo, poco attraente e poco macho. E' famoso per un certo tipo di personaggi, e questa vacanza "pseudo-commercial-blockbusteriana" era giusta farsela. Ma il film mi ha entusiasmato anche per due scelte "cult": Perry King, il baffo biondo e casinista della mitica serie "Riptide", di quando i telefilm americani erano dei classici contemporanei; e lui, il mitimo Windom Earl di "Twin Peaks", ovvero Kenneth Welsh. Intorno a loro si sviluppa, per chi li ha vissuti, un immaginario che tanto basta per sentirseli correre dentro.
Io non sono uno che piange e che si commuove (ahimè! Dovrebbe essere bello...), eppure c'erano momenti commoventi e per nulla ricattatori, che mi hanno almeno aumentato i battiti. Ma mi sono controllato. Soprattutto la scena sull'aereo. Mi ha ricordato una mia esperienza di volo: dopo un "saltino" ho afferratto la mano della ragazza che avevo in fianco, che mi piaceva, e che mi piace tutt'ora, e per la quale farei lo stesso che ha fatto Jake "faccia da buono" Gyllenhaal. Aspettiamo a chiamarlo "buono" visto che dobbiamo vederlo ancora in "Donnie Darko"...
Fatto sta che questo film è esagerato sì, ma al tempo stesso lucido e distaccato, sobrio nella sua esasperazione. Sa renderci situazione aspre e quasi sterili utilizzando scene di maestosa angoscia. E non c'è affatto bisogno di nasconderci che durante la visione del film non abbiamo fatto altro che pensare a tutti quelli a cui vogliamo bene, e dai quali dipende la nostra felicità. Noi lì, tra i lupi a New York, cosa avremmo fatto? Io, cosa avrei fatto?

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