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Gerry

Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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La recensione su Gerry

di Peppe Comune
8 stelle

Due ragazzi iniziano un viaggio per non si sa precisamente dove e si ritrovano, senza neanche sapere come, in mezzo ad una vasta zona desertica. I due ragazzi si chiamano entrambi Gerry, uno è più timido e insicuro (Casey Affleck), l’altro più deciso e autoritario (Mat Damon). I due sono molto amici, legati da un rapporto quasi simbiotico. Ma in questo viaggio perdono l’intesa reciproca, e quello che doveva essere un cammino verso la conoscenza di sé stessi si trasforma in una faticosa salita lastricata di dubbi. Perché ben presto i due amici si accorgono di aver sbagliato sentiero e per quanto siano entrambi convinti che “tutti i sentieri portano allo stesso posto”, la perdita delle coordinate conosciute accresce la paura di non farcela. Soli, sotto il sole cocente, affamati ed assetati, il cammino rimane l’unica cosa da fare. Verso dove non si sa di preciso, ma occorre camminare per rimanere in viaggio.

 

scena

Gerry (2002): scena

    

Il talento visivo di Gus Van Sant ci ha abituato alla produzione di una varietà di indirizzi filmici : dalle opere “free” che indagano l’animo turbolento dell’universo giovanile a quelle che prendono spunto da tratti biografici per analizzare anche socialmente lo stato delle cose ; dai film che sanno muoversi con buona disinvoltura (rimanendo comunque anticonvenzionali) dentro i meccanismi paludati del mainstream a quelli (e sono la maggior parte) che vogliono essere ostinatamente altro.

In questo quadro d’assieme, “Gerry” rappresenta il suo film più introspettivo, quello dai connotati più metafisici : per come tenta un percorso di superficie dentro i dubbi dell’animo umano e per come veste di “voglia di conoscenza” l’intera mistica del viaggio. “Gerry” è un film che si affida molto alla costruzione in chiave metaforica della messinscena, con una scrittura esile (che vede la collaborazione fattiva dei due attori protagonisti) che trova nella regia quelle soluzioni simboliche che ha voluto darsi. Perché è soprattutto attraverso i silenzi e al non visto che si cerca di proiettare verso l’esterno delle riflessioni pertinenti sullo stato delle cose ; perché è attraverso la dilatazione illimitata dello spazio e del tempo che si è inteso ragionare in chiave post-moderna sullo smarrimento impercettibile delle migliori coordinate. Si desidera conoscere di più partendo dal penetrare quando c’è di più vero in sé stessi. Per tale scopo sembra esistere una meta designata ed è per questo che il viaggio che a essa conduce diventa l’unico scopo per cui vale la pena continuare. Ma ci si perde perché ad un certo punto si smette di ascoltare la rotta designata e capire e capirsi diventa sempre più difficile. Perché non è vero che “tutti i sentieri portano allo stesso posto”, ogni luogo ha un modo per arrivarci e basta sottomettersi umilmente alla conoscenza di esso per arrivarci più in fretta e senza inganni.

Gerry è un nome comunissimo negli Stati Uniti, e nelle intenzioni di Gus Van Sant è evidentemente servito per far essere i due protagonisti, più che i portatori di due personalità ben delineate, un identico “tipo d’autore”, con i problemi esistenziali riscontrabili in tanti altri ragazzi della loro età e con la loro identica propensione a porsi domande sullo stato delle cose. Una sorta di entità indifferenziata che, proprio in quanto tale, fatica a trovare in sé le soluzioni pertinenti ai quesiti che si pone. Una prova tangibile riesederebbe nel fatto che il nome viene continuamente usato dai due come un sostantivo, quasi come a volerlo assurgere a una sorta di volontà interiore che giace in ogni aspetto della vita, indifferentemente (si sentono cose come “c’erano molti gerry lungo la strada”, “è stata una gerryata totale”, “ci siamo tutti gerryzzati”, e così via).

Sono solo in due, in mezzo alla pianura desertica della Death Valley, eppure hanno modo di non capirsi, di litigare, di equivocare continuamente le cose che si dicono, di incolparsi l’un l’altro per il fatto di aver disperso la “retta via”. Ma dove erano diretti precisamente ? Cos’è precisamente questo luogo verso cui sono diretti che continuano a chiamare “cosa” ?  Tutto rimane nebuloso, subordinato all’urgenza sopraggiunta di sintonizzare le proprie vite alla mutevole morfologia del territorio. Quello che è chiaro è che hanno perso la strada e con essa tutte le sicurezze cui erano in possesso. Ciò che li mette più in agitazione non è solo il considerare “il cammino” come unica ragione di vita, ma anche il fatto di vedersi costretti a constatare che si è deviato dalla meta desiderata. Come già si è accennato, il loro è un viaggio di superficie che tende a scavare nel profondo, come una specie di percorso mistico vissuto con laica perseveranza.

Ecco l’importanza dei movimenti di macchina : dei lunghi piani sequenza (molto usata la steadycam), che assecondano l’austerità del viaggio trasformandolo in una fascinosa esperienza sensoriale ; delle ampie panoramiche, che parlano il linguaggio eterno della natura ; del taglio minimalista che precede ogni volta la sottrazione volontaria di ogni momento verboso. Ci sono poi i continui cambi di luce (ricavati dalla bella fotografia di Harris Savides), che insieme a scandire il tempo che scorre, mettono in contrasto la staticità “minacciosa” del territorio con il movimento disorientato dei due Gerry. I suoni, invece, del vento, degli uccelli in volo, dei passi sempre più pesanti e dei dialoghi sempre più rarefatti, incombono sulla storia sotto forma di un pericolo sempre più incombente. Infatti, la strada perduta li porta di fronte al niente, e in questo niente, popolato dal silenzio e dalla paura, quello che possono fare guardandosi l’un l’altro e riscoprirsi come due corpi senza storia avvolti in un miscuglio di polvere e sudore. È possibile continuare insieme la ricerca dell’etica perduta o la natura dei rispettivi caratteri impone che per la salvezza risolutiva di tutto il loro progetto uno debba necessariamente prevalere sull’altro ? Gus Van Sant concede una soluzione visiva che non toglie fascino a questa meditata riflessione sul dubbio come valore della conoscenza.               

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