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L'ombra del passato

Regia di Amy Koppelman vedi scheda film

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La recensione su L'ombra del passato

di OGM
6 stelle

La depressione di una giovane madre come dramma invisibile. Il film delicatamente sconcerta, lasciando il mistero insoluto.

A Mouthful of Air. Una boccata d’aria. Una leggerezza che può soffocare. Sì, perché ascoltare l’audiolibro del romanzo, letto da Julia Atwood, può togliere il fiato. Sembra incredibile che l’io narrante possa scavare così profondamente, attimo per attimo,  nella vita che sta vivendo. Eppure riesce a concentrare in ogni istante il senso di un vertiginoso abisso, in cui disperatamente si affastellano le percezioni fugaci del presente e i confusi ricordi del passato, stritolando il pensiero del futuro. Una madre si racconta, con un interminabile e concitato sussurro, mentre guarda al mondo da una sua anomala prospettiva interiore. La scrittura di Amy Koppelman è proiettata dall’anima della giovane Julie Davies verso quel vetro che separa un essere tormentato dalla realtà circostante, a cui assiste sofferente ed escluso. La depressione è incapacità di capire, prima ancora che impossibilità di partecipare. Un disagio che non si traduce in una forma comunicabile. Lo smarrimento è trasparente e silente, non lo si vede. Dietro lo specchio c’è un’ombra, che percepisce gli eventi attraverso una superficie semiopaca. Ma nessuno, dall’altro lato, ne avverte la presenza. E dunque, anche chi sta fuori da quella stanza segreta si ritrova bloccato da una misteriosa barriera: è l’incantesimo di Julie, che converte i dettagli di una serena normalità in terrificanti spunti di morte. Una sinistra magia a cui gli altri non hanno accesso. Il film, sceneggiato e diretto dalla stessa autrice del libro, si discosta da quest’ultimo in misura enorme, per stile narrativo e contenuto. E non potrebbe essere diversamente: l’obiettivo non può inquadrare l’affannosa, instancabile parola dell’anima, ma solo l’immagine impietrita di un agire svuotato di umanità,  poiché schiavo di sconosciuti fantasmi. Può tutt’al più indicarci quelle scene, apparentemente anodine, in grado di scatenare nella protagonista oscuri desideri di  (auto)distruzione: un bebé che gioca nel girello, un bagnetto di schiuma e paperelle colorate. La ripresa ci avvisa che l’occhio di Julie ne sta distorcendo i contorni, in una maniera assolutamente indefinibile. Qualcosa di incomprensibile le suggerisce l’idea di una lama da affondare nel polso. Il meccanismo ci sfugge, sottraendosi del tutto alla nostra intuizione. Il fenomeno, naturalmente, ci spiace: ci lascia insoddisfatti come esseri umani e come spettatori. Il dramma manca di espressività, è poco cinematografico. Tuttavia, per metterlo in luce, bisognerebbe trasferire sullo schermo quegli elementi letterari che, se nella confessione a fior di labbra sono poetici sigilli di veridicità, nella diretta ed esterna rappresentazione dei fatti produrrebbero solo artificiosi inserti di pathos. Si direbbe invece che, nelle intenzioni della scrittrice, la storia debba conservare la sua levità, la stessa dell’eterea figura dell’attrice Amanda Seyfried: una silhouette sottile, dai colori tenui, inadatta a sopportare il contraccolpo di un urlo, dell’enfatico canto di una tragedia. Forti, per compensazione, sono invece le tinte dei disegni di Julie, paesaggi di gusto infantile che riempiono le pareti delle stanze, le pagine dei libri, i sogni dei bambini a cui legge le sue favole. Solo così, con la potenza di una fantasia dai tratti morbidi ma decisi, una creatura impaurita può illudersi di sfondare i muri di questa prigione terrena: ma non per evadere nel retrostante  inferno, bensì per lanciarsi verso un irraggiungibile cielo. 

Amanda Seyfried

L'ombra del passato (2021): Amanda Seyfried

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