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La scuola cattolica

Regia di Stefano Mordini vedi scheda film

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La recensione su La scuola cattolica

di barabbovich
1 stelle

Lo ammetto: non ho letto le 1294 pagine del romanzo eponimo che hanno fruttato a Edoardo Albinati il Premio Strega. Quindi non posso prendermela con lui. Ma col film, che è tratto da quel romanzo, sì. Racconta un pezzo, mostruoso, di storia italiana, lasciando la Storia - quella con la maiuscola - sulle quinte. Anzi no, omettendola completamente, relegandola a qualche cimelio d'annata: una Fiat 127 e poco altro. E la storia (con la minuscola) è quella del massacro del Circeo, perpetrato da tra ragazzi della Roma bene (tutti dei Parioli) che in una lussuosissima villa del litorale laziale stuprarono e torturarono due ingenue ragazze. Una morì; l'altra, creduta morta, si salvò miracolosamente. Nel bigino di psicopatologia apparecchiato per lo spettatore acefalo da Stefano Mordini, la spiegazione sta tutta nel metodo educativo: genitori maneschi, o con troppe distrazioni sessuali, o votati ai diktat del credo neocatecumenale o magari omosessuali. La scuola cattolica - tutta maschile - dove studiano i rampolli di queste famiglie altolocate non è da meno: di giorno regole ferree, di notte l'istitutore di ginnastica (un prete) va a puttane. È la sineddoche di una pedagogia guasta nelle radici, per cui non ti meravigli di vedere tua madre che si fa sbattere dal tuo compagno di classe né ti scompone una scena incestuosa. A coronare il quadro c'è anche il professore esperto d'arte (Gifuni), col suo inutilissimo pistolotto sulla dialettica tra il bene e il male: altro cattivo maestro che sembra rappresentare l'ulteriore porto franco della peggio gioventù deresponsabilizzata da cotanto invadentissimo contesto. Poveri fanciulli, come possono passare il sabato sera una volta finita la scorta di alcolici e dopo avere malmenato il secchione di turno? Uno stupro con tortura ci sta sempre bene. Ma il vero stupro l'ha compiuto il regista Mordini, che non spende una sola sillaba per raccontare i rapporti, strettissimi, che intercorrevano tra Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira (questi i nomi reali dei protagonisti di quella oscena vicenda), i fascistelli dei Parioli, e l'estrema destra. Basterebbe questo per tirare strali su un film profondamente ipocrita, ignavo, volgarmente pruriginoso, nel quale si respira un'aria mefitica dall'inizio alla fine. E invece no: Mordini dimentica completamente la recitazione degli attori (tutti ugualmente pessimi) e usa il carisma di Gifuni, l'avvenenza di Jasmine Trinca, la mollezza di Valeria Golino e la notorietà di Scamarcio come specchietto per le allodole, relegando gli attori a poco più di un cameo. Il resto è regia sciatta, con un inutile andirivieni temporale e l'immancabile scena della canzone cantata in macchina, ormai diventata - dopo Moretti - un triste marchio di fabbrica del peggior cinema italiano.

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