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Mank

Regia di David Fincher vedi scheda film

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La recensione su Mank

di Peppe Comune
9 stelle

Lo scrittore e critico teatrale Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) sta lavorando alla sceneggiatura del film d'esordio di un cineasta ventiquattrenne molto promettente : Orson Welles (Tom Burke). A causa di un grave incidente è costretto a starsene a letto con una gamba ingessata. Ad aiutarlo ci sono Tina (Lily Collins), una segretaria che batte a macchina i resoconti verbali di Mank, e Fraulein (Monika Gossmann), l’infermiera che gli somministra le cure. È nota a tutti la sua dipendenza dall’alcol, ed è per questo che lo tiene sotto stretto controllo John Hauseman (Sam Troughton), un assistente di Orson Welles che deve garantire, come da contratto, che i tempi di consegna della sceneggiatura vengano rispettati.  Mank si mette a lavoro e per trovare la giusta ispirazionea viaggia con la mente per riannodare fili dei dui rapporti con Hollywood.  Così  si ricorda delle ospitate in casa del magnate dell’editoria William Randolph Hearst (Charles dance), e dell’amicizia con la moglie Marion (Amanda Sayfried). Ricorda poi i rapporti di lavoro con il capo delle MGM Louis B.Mayer (Arliss Howard), ma anche i contrasti politici avuti con quest'ultimo a causa delle sue simpatie per il “socialista” Upton Sinclair durante le elezioni governative del 1934. E poi gli accesi diverbi con il delfino della major Irving Thalberg (Ferdinand Kingsley). Mente geniale e spirito inquieto, Mank ha nella moglie Sara (Tuppence Middleton) una solida ancora di salvezza. È anche grazie a lei che riesce a portare a termine entro i tempi stabiliti la sceneggiatura di “Quarto Potere”. Un lavoro che gli varrà un Oscar per la sceneggiatura del 1942 e l'inizio di una causa giudiziaria per stabilire la paternità della sceneggiatura del capolavoro che ha rivoluzionato la storia del cinema. 

 

Gary Oldman

Mank (2020): Gary Oldman

 

Mank non è un biopic fedele al vissuto di Herman J.Mankiewicz, ma un film che usa la sua essenza di scrittore inquieto per fare un viaggio dietro le quinte della “vecchia” Hollywood. David Fincher (che usa una sceneggiatura scritta dal padre Jack) confonde ciò che è vero con ciò che è falso per architettare un omaggio aggraziato all'arte di fare cinema e al cinema come arte di saper rappresentare se stesso. Un raffinato esercizio metacinematografico costruito come una matrioska (un po' come "Neruda" di Pablo Larrain), con film dentro altri film, intenti a guardarsi l’un l’altro senza soluzione di continuità  : quello che stiamo vedendo, quello che si sta scrivendo e quello che sta nascendo. Tutto avvolto in un bianco e nero sfavillante, del tutto rispettoso delle tinte noir delle origini. Perché alle origini si torna, quelle del dominio incontrastato delle major e all'alba di una nuova era per le strategie industriali degli Studios. Sullo sfondo emerge l'embrione di quell’ opera rivoluzionaria che sarà “Quarto Potere”. E del capolavoro del genio precoce Orson WellesMank” rappresenta una sorta di prequel non dichiarato. E non solo perché è incentrato sulla figura del cosceneggiatore del capolavoro "wellesiano e perché la narrazione del film finisce laddove iniziò una delle controversie giudiziarie più spigolose della storia di Hollywood. Ma perché ne ricalca lo spirito poetico, le finalità narrative e la tendenza a speculare sulle proprietà affabulatorie della macchina cinema. Tutte cose che fanno dell’opera di un autore come David Fincher, a circa 80 anni di distanza, un film che gira a vuoto intorno alla stessa domanda : chi è Foster Caine/Mank ? Basta questo per renderli film che finiscono per guardarsi allo specchio, nel nome e per conto della stessa impossibilità di dominare il senso del vero e di presentare una prospettiva univoca da cui guardare la porzione di mondo catturata dall'inquadratura. 

Ma la storia di “Citizen Kane” è presente soprattutto per quelle cose che non si vedono ma che hanno un peso specifico notevole nell'economia del film. Cose relative al fare cinema a Hollywood in quel preciso momento storico e rispetto alle quali, se il capolavoro di Orson Welles rappresentò un punto di cesura fondamentale intorno a cui le logiche industriali dovettero iniziare a fare i conti, la storia verosimile di Mank portata su schermo da David Fincher ne tratteggia le premesse filologiche essenziali. 

In primo luogo, “Mank” racconta del passaggio dal dominio della parola a quello dell’immagine. E qui emerge il modo divertito con cui vengono delineati alcuni tra i personaggi più importanti della Hollywood classica (da William Randolph Hearst a Louis B.Mayer, da Irving Thalberg a David O. Selznick, fino agli stessi Orson Welles e Herman J. Mankiewicz). Attraverso loro il film racconta il rapporto che Hollywood aveva con i suoi sceneggiatori di punta, sempre oscillante tra l'adorazione interessata e il vederli come degli esseri da trattare con diffidenza perché “più pericolosi di potenti burocrati di partito”. L'industria hollywoodiana ha sempre avuto paura delle storie che ha prodotto, per questo si è sempre occupata di regimentarle dentro canoni stilistici prestabiliti e consolidate strategie di successo (il codice Hays ha fatto scuola in questo senso). Con il lavoro sempre più complesso sulla composizione dell'immagine, le cose iniziano a cambiare. Non che la centralità della parola scritta venga totalmente esautorata, ma crescono di peso i significati prodotti dal come si muove sul set la macchina da presa e in che modo il montaggio interagisce con la narrazione. E sembra superfluo sottolineare quanto “Quarto Potere” abbia influito in tutto questo, cominciando dai campi prospettici ricavati dai movimenti di macchina e dal lavoro del grandangolo e della messa a fuoco sulla architettura della messinscena. Un'invenzione di stile che David Fincher omaggia con impavido mestiere, facendo della figura complessa di Mank il punto di contatto tra una storia che è già, un’altra che si sta compiendo nel mentre la si vive e un'ultima che sta nascendo dall'osmosi delle prime due. Flashback che seguono le direttive mentali di Mank, avanti e indietro lungo la linea spazio temporale di un decennio e organizzati come se fossero pagine "strappate" di sceneggiatura ; carrellate lunghe (invariabilmente a precedere o a seguire) che assecondano il fare spesso frettoloso di Mank ; panoramiche mai invasive, che si aprono, qualche volta, sulle scenografie degli studios ; piani sequenza agili e sinuosi. Sono il prodotto di una narrazione per film che ne produce un'altra per intima corrispondenza. 

In secondo luogo, “Mank” mostra in filigrana la messa in discussione alla fede indiscussa per  quelle illusioni di “carta pesta” costruite in serie dalla Hollywood classica. Quelle che generavano spettatori portati a credere a tutto, anche che “King Kong sia alto dieci piani e che Mary Pickford sia ancora vergine a quarant’anni”. Ma tutto questo presuppone un'unità d’intenti inossidabile, costruita intorno a degli interessi economici comuni. Cosa che non potevano garantire due eterodossi come Herman J. Mankiewicz e Orson Welles, che intralciavano la linea industriale degli Studios con il loro genio creativo sempre in cerca di nuovi spazi, e che insinuavano un fare iconoclasta laddove vigeva un disciplinato spirito di corpo. La misura di questo aspetto è data dalla centralità che David Fincher attribuisce alla contesa politica (per ruolo di governatore dello Stato della California) tra il democratico Upton Sinclair (dalle dichiarate tendenze socialiste) e il capo della MGM, nonchè repubblicano, Louis Mayer. È attraverso questa contesa che è dimostrato come la vecchia Hollywood, più che sintonizzarsi con la realtà mutevole e produrre film che ne riflettessero gli impulsi al cambiamento, fosse interessata a modellare la realtà stessa a quella costruita dalle sue magnifiche storie (la stessa ambizione “megalomane” di Charles Foster Kane). Il paese aveva bisogno di Hollywood, e lei rispondeva garantendogli la conservazione del carattere nazionale attraverso la produzione controllata di storie rassicuranti. Insomma, il “Mank” di David Fincher ci mostra quell’amo raccolto e lanciato con tanta forza da “Citizen Kane” : costringere la Hollywood del tempo a rivedere sé stessa passando al vaglio le sue consolidate presunzioni. 

Terzo luogo, in “Mank” la solitudine è molto presente, anche se rimane fuori campo a rappresentare la matrice emotiva di uno scrittore superbo in cerca perenne di un suo equilibrio psicofisico. Il genio creativo divorato dall’alcool (ricordiamo che per questo motivo Mankiewicz morirà a cinquantanove anni), il suo anarchismo umorale, il banchettare per feste con personalità di alto rango, la sua indole sinistrorsa, la voglia di tenerezza ricercata tra le braccia della moglie Laura (bella la delineazione del loro rapporto), complice e comprensiva quel tanto che basta per rimetterlo in gareggiata ogni volta. Ecco, tutti questi aspetti della personalità di Mank fanno la sostanza sentimentale di quella che in concreto sarà la mastodontica dimora di Xanadu : uno spazio dove ci puoi trovare di tutto ma che si riempie di vuoto.  

Non è un caso che nelle sue disquisizioni, sempre sospese tra il serio e il faceto, Mank evochi spesso la figura simbolica del Don Chisciotte, questo cavaliere solitario che rincorre le sue illusioni cercando di raggiungerle prima che svaniscano del tutto. Come non è un caso che "Mank” giri ripetutamente intorno all’idea che il cinema è l'arte che costruisce illusioni credibili attraverso dei trucchi esibiti. In fondo, nel magico mondo del cinema, il cerchio si chiude quando le immagini acquistano quella concretezza che cattura lo sguardo e dalla quale non ci si vorrebbe più staccare. Grande film e menzione speciale per la bella prova d’attore di Gary Oldman.   

 

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