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James

Regia di Andrea Della Monica vedi scheda film

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La recensione su James

di Spaggy
7 stelle

 «È nato nu criaturo niro, niro

e 'a mamma 'o chiamma Ciro,

sissignore, 'o chiamma Ciro»…

Più che Ciro la mamma ha preferito chiamarlo Gaetano: è così che all’anagrafe viene registrato nel 1945 colui che qualche anno dopo, riappropriandosi della sua metà americana, si farà chiamare James, James Senese. Figlio di una napoletana e di un soldato afroamericano, Senese nasce a Napoli nel quartiere Miano ed è il frutto di una di quelle relazioni (chiacchierate) che sul finire della Seconda guerra mondiale, in un’epoca non certo facile, fioccavano nella città partenopea. Nero a metà, James ha la musica nel dna e ben presto, neanche ventenne, comincia una carriera musicale segnata da diverse rinascite.

Con l’amico Mario Musella, condivide sin da subito la peculiarità di avere due anime musicali, una bianca e una nera, che lo pongono sempre al limite di due differenti concezioni musicali. Non è un caso che nel suo curriculum il jazz finisca per abbracciare la musica napoletana dando vita a una contaminazione che nessuna forma di glocalizzazione avrebbe potuto meglio spiegare.

James Senese

James (2020): James Senese

 

Per la prima volta, Senese infrange il muro del silenzio e in prima persona si racconta nel documentario che il regista Andrea Della Monica gli dedica. Non racconta la sua vita privata, sebbene sia più movimentata di un intero romanzo di avventure. Senese sceglie di parlare di ciò che meglio conosce: la sua musica, ripercorrendo oggi quello che è stato il suo ieri e anticipando quello che sarà il suo domani. Con interventi sparsi di amici e critici musicali come John Vignola, Senese parte da quando bambino frequentando le varie sagre di cui è ricco il meridione d’Italia sente per la prima volta il suono di un sassofono e scopre l’amore per la musica.

Parte così il documentario che, suddiviso in cinque differenti capitoli, analizza con estrema lucidità e senza fronzoli il percorso del cantante e musicista. L’amore per il sassofono e la passione per lo strumento lo conducono tra i vicoli di Napoli all’interno di una storica rivendita di strumenti, Miletti, dove entra per comprare un sassofono ed esce con una tromba. Qualcosa devo comprarla, sottolinea con assoluta semplicità e schiettezza d’animo. Pur non amando raccontarsi, Senese si lascia andare a una confessione che ben calza al suo Universo: Quando suono il sassofono, canto Napoli. Non faccio l’americano, sebbene i suoi punti di riferimento rimangano sempre il jazz e John Coltrane.

I primi anni di esperienza sono quelli che lo vedono suonare al fianco di Musella, passando dall’esperienza dei I 4 Con a quella degli Showmen, con cui il gruppo partecipa nel 1969 al Festival di Sanremo. Con le musiche di Marcello Marrocchi (compositore ancora in vita e autori di pezzi di grande successo della recente musica italiana, da Perdere l’amore di Massimo Ranieri a Mamma Teresa di Ivana Spagna), la canzone Tu sei bella come sei (settima classificata in gara) e il suo testo per l’appunto sanremese mal si adattano all’anima di Senese, che in cuor suo continua ancora a coltivare il sogno di dedicarsi alla musica nera, quella che sente bruciare dentro di sé. L’esperienza degli Showmen naufraga con l’abbandono di Musella.

Senza perdersi d’animo, insieme al batterista e showman Franco Del Prete fonda il gruppo dei Napoli Centrale. L’anno è il 1975 e l’incasellabile Senese sa bene che può finalmente dare sfogo alla sua creatività. Cambiano radicalmente i temi delle canzoni, il successo non diventa più l’obiettivo principale e le composizioni non ammiccano al mercato. Emigrazione, povertà e sfruttamento, raccontati in chiave jazz (ispirandosi a Coltrane o Miles Davis) non hanno nulla di commerciale ma permettono a Senese, incazzato, di esprimersi al meglio.

Grazie all’esperienza con i Napoli Centrale, Senese conosce quello che ancora oggi è uno dei suoi più grandi amici: Pino Daniele, uno che nero a metà lo si sente da sempre (chiamerà così uno dei suoi più fortunati lavori). Sebbene prima di un concerto non riesca a pensare, Senese si diverte a raccontare sul palco un aneddoto legato al cantautore di Je so’ pazzo dolorosamente e prematuramente scomparso: lo vede spesso apparire come un’ombra sul divano di casa sua. Pinotto, come lo chiama lui, lo invita a cantare Chi tene ‘o mare, brano del 1979 in cui Senese suonava il sax e che nel 1981 impreziosiva una tournée a cui presero parte anche i musicisti Tony Esposito, Joe Amoruso e Tullio De Piscopo.

Abituato ancora oggi a ricercare prima un ritmo e poi le parole, Senese nell’ultima parte di James si concede una piccola parentesi personale, chiamando in scena il nipote Costantino Scarallo, rapper figlio di sua figlia Anna. Seppur poco attratto dalla musica napoletana contemporanea di cui lamenta l’assenza di quel sentimento che muove ogni forma artistica, Senese suona in Chist’ammore, brano che il giovane, classe 1996, dedica al padre scomparso (ascoltabile qui). Costantino non perde occasione per ricordare sia il talento del nonno sia la sua figura quasi paterna, considerando maestro di vita e di musica. L’esperienza dei Napoli Centrale è ancora in piedi ma costantemente in divenire, proiettata verso un futuro di contaminazioni che coniuga dialetto, jazz e rock

Lungi dall’essere quello che in gergo viene definito un santino, James ha il pregio di non concedersi divagazioni e di rimanere centrato sul suo protagonista. Non si cerca la notizia o la rivelazione a tutti i costi ma si va alla scoperta, per chi non lo conoscesse, di uno dei talenti più eclettici della musica contemporanea. Cercare di etichettare Senese è impossibile: la sua non è arte napoletana o italiana. La sua è musica che travalica i confini geografici per divenire eterna, talento da preservare e animo da custodire. Enigmatico quanto basta, Senese dà l’impressione di avere molto altro ancora da raccontare e di rimanere un passo indietro per pudore. Quello stesso pudore che solo i grandi hanno.

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