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La ballata di Buster Scruggs

Regia di Ethan Coen, Joel Coen vedi scheda film

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La recensione su La ballata di Buster Scruggs

di Furetto60
8 stelle

Film a episodi, dal sapore epico, del sodalizio artistico targato Fratelli Coen.Imperdibile

Un mosaico di sei piccole storie western, fil rouge: la morte, insieme all’ambientazione tipica del vecchio West, in cui sguazzano diligenze , carovane, pistoleri dal grilletto facile. Immancabili i fumosi saloon, i giochi d’azzardo, che prendono sempre una piega sinistra. C’è tanto e di più: Black humor, paradosso e tragedia, senso del grottesco, situazioni surreali ma con personaggi estremamente reali. Si inizia con il racconto che dà il titolo al film, la storia di un pistolero cantante, che sembra imbattibile, ma poi di duello in duello incontra inevitabilmente il suo assassino: della serie tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Si passa poi a un rapinatore maldestro, che viene bloccato da un furbo cassiere, ma si salva per fortuito caso, dalla prima impiccagione, prevista per quei reati all’epoca, ma poi sempre per destino stavolta beffardo, non sfugge alla seconda e stavolta immeritata esecuzione, ma la prende con sarcasmo, al suo compagno di sventura che sta piagnucolando, chiede ironico “E’ la prima volta?”. Poi nel terzo capitolo, assistiamo ad uno squallido spettacolino itinerante, messo su da un impresario cinico, che tutte le sere fa esibire il suo sventurato socio, un ragazzo senza braccia e senza gambe, che intrattiene il pubblico recitando un monologo fiume, in cui declama l’Ozymandias, vari pezzi di Shakespeare e infine il Discorso di Gettysburg. All’inizio sono seguiti da una folla che impietosita dallo strazio di quel tronco umano, elargisce laute offerte, ma di volta in volta, lo spettacolino raccoglie sempre meno pubblico e soldi, finché l’impresario si imbatte in un baracchino affollatissimo, in cui l’attrazione è una gallina capace di dare di conto, soprannominata pitagorica. Così l’uomo la compra e si libera del “fardello umano” diventato ormai inutile, buttandolo giù da un ponte, a sottolineare ancora una volta la meschinità dell’animo umano. C’è poi il grande classico della corsa all’oro. Un anziano cercatore solitario si ritrova in un canyon dal panorama mozzafiato. Lavorando duramente e diligentemente, trova delle pagliuzze, continuando a scavare in profondità, trova finalmente il filone, la sua gioia, dura poco, un uomo, che l’aveva seguito gli spara alle spalle, ma il ricercatore che si è finto morto, è vivo e solo ferito, in grado di ricambiare la gentilezza e far fuori il vigliacco,  andandosene poi  via col suo legittimo bottino, ringraziando fortuna e determinazione
Nel quarto racconto, c’è l’altro grande cliché del cinema western: la carovana in viaggio sotto la minaccia degli indiani. Un fratello e una sorella, sono diretti verso l’Oregon in cerca di fortuna, lungo il tragitto, lui muore lasciando la sorella Alice nei guai e con un debito verso l’inserviente. Billy Knapp il gentile cowboy responsabile della carovana, decide di farsi carico di tutto, a patto che lei accetti di sposarlo. La ragazza accetta, ma si allontana dal gruppo. Viene rintracciata dal socio di Billy, il signor Arthur, ma i due si ritrovano a mal partito, circondati da un gruppo di Comanche. Mentre Arthur si prepara a fronteggiarli, consegna ad Alice una pistola, raccomandandole di suicidarsi, qualora le cose dovessero mettersi male, perché cadere vivi nelle mani degli indiani è peggio della morte. Arthur tuttavia inaspettatamente riesce a liquidare gli aggressori, ma è troppo tardi, Alice pensando che non ce l’avrebbe fatta, si è sparata un colpo in testa, riflessione sulla imprevedibilità della vita che riserva sorprese beffardamente tragiche. La conclusione dell’antologia filmica, è affidata alla diligenza, altro topos narrativo del genere. Una signora dall’aspetto aristocratico, un burbero e petulante cacciatore, un francese col vizio del gioco, un irlandese e un inglese si ritrovano a condividere il loro viaggio, scambiandosi impressioni circa il modo di intendere la vita.
Alla religiosità della signora, in viaggio per ricongiungersi col marito, si accompagnano i racconti noiosi del cacciatore e le osservazioni sull’amore del tizio francese, A irrompere nella discussione prima il malore della suddetta, poi il racconto macabro dei due cacciatori di taglie, che impreziosiscono la fine del viaggio parlando della loro tattica per uccidere e di come, nell’istante in cui l’anima va via dal corpo, uno è incaricato di distrarre il malcapitato, l’altro lo abbatte .Infine i cinque arrivano a destinazione e l’hotel fa davvero impressione: immerso nel nulla, sembra uno scenario tipo le “cinque chiavi del terrore”, eppure è l’unico episodio, in cui sembrerebbe non morire nessuno,  ma è l’unico che ci immerge appieno in un’atmosfera di morte , si intuisce come il trio succitato sia effettivamente già morto, deve solo elaborare il proprio lutto e per tale ragione gli altri due rifiutano di essere definiti “cacciatori di taglie”, definendosi piuttosto “mietitori d’anime”. Insomma,
  questa ultima novella è la degna conclusione del film, un racconto soprannaturale che racchiude in sé e sintetizza il senso  delle storie narrate nella pellicola.
Con questo film i Coen hanno lavorato su un doppio binario. Nel primo ci sono tutti i modi in cui il mito del Far West è stato raccontato al cinema, nei suoi clichés narrativi, nei suoi stereotipi, nelle sue evoluzioni nella storia cinematografica. Nel secondo, più sottotraccia, una sintesi dei temi cari ai talentuosi fratelli cineasti, tutti gli elementi fondamentali del loro cinema. Prima di tutto la capacità di cambiare genere senza mai alterare l’identità, la capacità nel raccontare con toni diversi, storie diverse. C’è, poi e più di ogni altra cosa, una profonda riflessione sull’uomo e la sua condizione, sui pregi, pochi e i difetti tanti, sulle sue miserie e le sue bassezze, sulle debolezze e  le ingenuità, sui suoi limiti, le sue ambizioni, il motivo per cui sta al mondo. Tantissimi spunti per un film dal sapore epico. Grande cinema

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