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Heart of a Stone

Regia di Johannes Naber vedi scheda film

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La recensione su Heart of a Stone

di leporello
8 stelle

Il genere “Fantasy” è un genere rischioso. Anzitutto: a chi e come si rivolge? Facciamo un passo di lato: “Il Signore degli Anelli”...

 

   Il genere “Fantasy” è un genere rischioso. Anzitutto: a chi e come si rivolge? Facciamo un passo di lato: “Il Signore degli Anelli”...

 

   Tale (Gran)passo viene piuttosto spontaneo dato che “Das Kalte Herz” ha esattamente la stessa colorimetria della nota trilogia di Peter Jackson. E molte altre cose, s’intende: per esempio, i caratteri di stampa della locandina. Certo, Jakson si è aggrappato ad un “poema epico” (mi si passa questa definizione? Da sincero appassionato Tolkieniano, ringrazio...) in rapporto al quale la germanica fiaba di Wilhelm Hauff  (scrittore largamente in anticipo anagrafico rispetto a Tolkien ma ben più sfortunato di lui, essendo morto a soli venticinque anni contro gli ottanta di Tolkien) dalla quale è tratto il film, è ben piccola cosa. E tanto per continuare a sgranchirci le gambe in passi traversi , il (niente affatto) piccolo film di Johannes Naber (germanico quarantaseienne di Baden-Baden, abitualmente operaio del cinema anziché regista di fama e successo, e lo sottolineo con encomio...) si è potuto vedere, grazie alla mondializzata idiozia della distribuzione cinematografica , nelle sale di cinque/sei Paesi in tutto (Italy not included, of course) , contro le duecentomila nazioni beneficate dalla visione della suddetta, pregevolissima trilogia. E già questo risponde in parte alla domanda “a chi?”. Inoltre, il pubblico di Naber non è diverso da quello di Jackson solo per la quantità, ma è sicuramente anzitutto meno infantile (togliamo tutti i bambini che hanno visto la storia di Bilbo...) e diffuso, poi probabilmente più curioso, forse anche più coraggioso. 

 

   Se poi vogliamo passare alla seconda domanda: “come?”, qui la faccenda si fa davvero curiosa. A parte la tempistica, laddove a Jackson  servono tre stagioni cinematografiche (diventerebbero sei, e pure tridimensionali, se volessimo aggiungere il lavoro de “Lo Hobbit”, come sarebbe giusto fare) e Naber due ore in tutto per spiegare alla fine, più o meno, la stessa cosa, in “Das Kalte Herz” abbiamo un protagonista maschile  (Frederick Lau) che, se non somigliasse così tanto al Tognazzi “Cosone” di “Totò nello Spazio” (altro Fantasy, seppur sui generis...), allargandogli piedi e orecchie sarebbe uno Hobbit non meno perfetto di Sam e Pipino messi insieme, e una protagonista femminile  (Henriette Confurius) che è una Arwen solo appena appena un po’ più terricola e (per ciò) più bella ancora di Liv Tyler (gugolare per credere...).


   Dopo di che il “come” torna a divergere in ogni cosa: per raccontare l’ennesima versione di “quello buono che si vende l’anima al diavolo” (salvo pentirsene poi), alla favola di Hauff serve la decima parte del cast di Tolkien, e allora solo qualche spirito che vive dietro una cortina di nebbia (voluto efficacemente disegnare da Naber di stampo induista), un “Male” cui basta  un solo Saruman e nessun Sauron (un Moritz Bleibtreu finalmente irriconoscibile), ovviamente un piccolo esercito di orchetti costituito da bari, affaristi, corrotti e giovanotti sprezzanti, e pochi altri elementari addentellati (un cane tanto brutto quanto magico, una madre strega, brutta ma buona, due bambini veri  che giocano come i bambini veri.

 

   Aggiungiamo un commento musicale di archi strappati, pianoforti percossi e sospiri di fate, che non ha niente a che fare con gli strombazzi dei film di massa, ed ecco che nasce un film davvero bello, molto coinvolgente, con quell’atmosfera che è sì quella che uno si aspetta dal suo inaspettato film “Fantasy”, ma è anche profondamente umana, perfettamente condivisibile, vera e sincera, e, perché no, anche profondamente giusta.

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