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Gangster Story

Regia di Arthur Penn vedi scheda film

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La recensione su Gangster Story

di steno79
9 stelle

Uno dei migliori film di Arthur Penn, se non il migliore in assoluto. Ispirato alla vera storia di Bonnie Parker e Clyde Barrow, pur con qualche licenza poetica, traccia un quadro dell’America dei primi anni Trenta sotto il segno di un diffuso malessere, di una nevrosi latente che esplode nella ribellione anarchica della coppia e nella loro attività criminale, che innesca una scia sanguinosa che potrà concludersi solo con una morte violenta. Arthur Penn dirige sotto il segno di una estrema libertà formale, ereditata in parte dalla Nouvelle Vague, e che risulterà decisiva anche per il movimento della New Hollywood: il montaggio serratissimo delle scene delle sparatorie ha fatto scuola, e ispirerà un paio di anni dopo anche Sam Peckinpah per “Il mucchio selvaggio”, mentre la rappresentazione della sessualità e della violenza come pulsioni concrete, alla base del comportamento dei protagonisti, era ancora inedita nel 1967 e rompeva molti tabù (anche se l’impotenza di Clyde, così come è rappresentata nel film, sembra non abbia riscontri nella vicenda reale dei due criminali secondo i testimoni che conobbero la coppia). Il prevalente registro drammatico è interrotto da parentesi quasi da commedia, come la brillante sequenza in cui la gang sequestra per gioco un ricco rampollo e la sua fidanzata, quasi a dimostrare che per loro la violenza è soprattutto di natura ludica: la presenza di un giovane e stranito Gene Wilder riporta la scena sui binari più leggeri, ma si tratta comunque di una divagazione all’interno di un’opera dal contenuto piuttosto grave. Warren Beatty porta al film il suo carisma e la sua esuberanza atletica, facendo di Clyde un convincente disadattato, mentre Faye Dunaway è al massimo del sex-appeal, ma è molto brava anche nel tratteggio di una figura nevrotizzata da esperienze degradanti; ottimo anche il cast di supporto con un giovane e già bravo Gene Hackman, il simpatico caratterista Michael J. Pollard ed Estelle Parsons che vinse l’Oscar come attrice non protagonista nel ruolo di Blanche Barrow, moglie del fratello di Clyde (ma pare che la vera Blanche, all’epoca ancora vivente, non sopportasse il ritratto che l’attrice aveva dato di lei nel film). Su 11 nomination arrivarono solo 2 statuette alla Parsons e alla fotografia, mentre il film fu sconfitto (immeritatamente, secondo me) nella categoria principale da “La calda notte dell’ispettore Tibbs”. Orecchiabile colonna sonora in stile “country” con l’apporto di strumenti tipici della tradizione americana come il banjo. Grande successo all’epoca, alla vigilia degli sconvolgimenti del ’68.

Voto 9/10

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